«OLD IDEAS - Leonard Cohen» la recensione di Rockol

Leonard Cohen - OLD IDEAS - la recensione

Recensione del 30 gen 2012

La recensione

Non ho futuro/So che mi restano pochi giorni/Il presente non è così piacevole/solo un mucchio di cose da fare

A 77 anni, lui che al futuro intitolò un album nel 1992, Leonard Cohen fissa un ritratto impietoso del suo presente. E' impegnato e molto indaffarato, ammette, ora che è tornato a far musica e concerti a ritmi che sono sempre stati inusuali a "un pigro bastardo in giacca e cravatta" come lui. E' così che si descrive, con una smorfia ironica, nell'iniziale "Going home": dove la casa verso cui sente di incamminarsi è quell'altrove al di là del sipario in cui si arriva senza fardelli e senza costumi di scena. Non faceva un disco così bello dagli anni Settanta, probabilmente, e serviva giusto qualche piccolo accorgimento per arrivarci. Liberarsi dall'ingombro di quei suoni sintetici, goffi e demodè che avevano appesantito tutta la sua produzione successiva. Distillare ancora una volta, dai suoi quaderni di appunti e disegni (riprodotti nel bel ibretto di "Old ideas"), i succhi amarognoli di un'esperienza di vita intensa e di sofferti percorsi spirituali in una poetica sempre più scarna, asciutta, essenziale ma profondamente toccante. Che ricicla, certo, "vecchie idee", un ricco zibaldone di scritti e di pensieri sui grandi temi di sempre. Vita, sesso, religione, relazioni umane e - soprattutto, stavolta - morte. Con una grazia, un'autoironia, una leggerezza e un senso estetico che non hanno paragoni perché - lo ha spiegato lui stesso qualche mese fa - "se proprio bisogna esprimere la grande, inevitabile sconfitta che attende ognuno di noi, bisogna almeno farlo rimanendo entro gli stretti confini della dignità e della bellezza".
Viene assolutamente naturale, a quest'uomo elegante che non è un cantante ma un poeta, forse un guru o un incantatore di serpenti. Che più che canzoni inanella rosari di "inni penitenziali" (così in "Come healing"), e che è ancora capace di tratteggiare versi potenti e immagini misteriose ("C'è una cosa che sto osservando/e che significa molto per me/E' un banjo malandato/ che ballonzola sul mare infestato e scuro").
Ma è soprattutto la musica, stavolta, a fare la differenza. Patrick Leonard, produttore di Madonna ai tempi di "Who's that girl" e "La isla bonita", s'è tenuto a freno, relegando synth e programmatori sullo sfondo in funzione coloristica, e gli altri coproduttori del disco sono stati altrettanto fedeli alla consegna. In "Old ideas", talvolta, non serve altro che una voce di pece e catrame e una chitarra acustica ("Crazy to love you"). E forse non è un caso che il pezzo che "suona" meglio si avvalga della presenza al gran completo dello straordinario gruppo di musicisti che ha accompagnato Cohen in tour in questi ultimi anni, la Unified Heart Touring Band: si intitola "Darkness", contiene l'impietosa istantanea di cui sopra, è stata proposta in concerto già dal 2007 ed è un rock blues tenebroso che - dice bene Ann Powers dell'emittente pubblica americana NPR - ben si accompagna a certe elucubrazioni scure di mr. Bob Dylan in dischi come "Time out of mind" (e "Together through life"). Se altrove Leonard ricorda un po' anche Tom Waits ("Show me the place", dove la voce sprofonda negli abissi cantando dei luoghi "dove la sofferenza ebbe inizio") o il Randy Newman della terza età non c'è troppo da stupirsi: sono i grandi vecchi della canzone nordamericana, hanno una gravitas, un vissuto, un'autorità, un carisma che li accomuna e che li fa troneggiare più che mai come dei dell'Olimpo nel grigiore del panorama culturale attuale.
Gli haiku di Cohen, le sue massime zen, le beffarde freddure che porge con garbo inenarrabile lasciano spesso un segno nella carne. Ma le sue musiche e le sue canzoni, oggi, avvolgono e confortano come una coperta calda in una notte fredda e tempestosa. Il canadese canta dolci lullabies e visita tutti i luoghi sacri della musica americana - il blues, la pop song ("Different sides"), il country &western di "Banjo", il gospel di "Show me the place", lo swing gypsy di "Amen", la ballata jazz, l'inno sacro ("Come healing") col suo passo lento, felpato, strascicato, il suo parlato ipnotico e cavernoso. Come al solito contrapposto in suggestivi giochi di luci ed ombre alle voci angeliche ed eteree di Jennifer Warnes, di Sharon Robinson, delle Webb Sisters, mentre fitti intrecci di pianoforte e Hammond B3, qualche sprazzo orchestrale, un solo struggente e desolato di violino o di cornetta disegnano uno spettro sonoro terso, nitidissimo, saturo di tonalità calde e autunnali. La fotografia perfetta per un disco di parole e immagini che evoca profonda malinconia ("Anyhow", onirica e vaporosa), disperazione e pessimismo, rabbia e disillusione (anche nei rapporti con l'altro sesso e gli altri esseri umani: "Different sides", una canzone su chi sta ai lati opposti di "una linea che nessuno ha tracciato"), ma che è comunque dotato di una vitalità invincibile, di un'umanità profonda e gentile, di un desiderio di riscatto e guarigione ("Come healing" è commovente).
Il luogo comune vorrebbe un artista "pop" quasi ottantenne lontano dai vertici creativi della giovinezza. Ma forse perché non ha mai ceduto all'impeto sfrenato, forse perché alla musica ha cominciato a dedicarsi quand'era già "vecchio" per i parametri del music business (nel 1967, a 33 anni), a quella regola Cohen si è sempre sottratto. L'uomo in giacca e cappello blu che ci volta le spalle seduto su una sedia di legno sta guardando altrove. Ma ci invita ancora a seguirlo nelle sue amare riflessioni sulla condizione umana, a contemplare con lui "la grande sconfitta" senza perdere il gusto del bello e della poesia. Ed è un invito irresistibile.



(Alfredo Marziano)
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