«QUADROPHENIA: THE DIRECTOR’S CUT - Who» la recensione di Rockol

Who - QUADROPHENIA: THE DIRECTOR’S CUT - la recensione

Recensione del 14 nov 2011 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Erano trascorsi sette otto anni da quando l’epopea mod aveva raggiunto il proprio culmine, per poi tramontare sepolta dalla psichedelia e dal movimento hippie, e ne mancavano ancora sei al revival che ne avrebbe brevemente rigenerato la fama e la cultura in Gran Bretagna e in California; sarebbero passati tre anni prima che il punk esplodesse, mentre da due era uscito un capolavoro intitolato “Who’s next”.
Era quello il 1973 di Pete Townshend, un vecchio ventottenne che si era voltato indietro e aveva concettualizzato su un doppio LP un periodo vissuto da protagonista, ribaltandone la prospettiva. Si era trasformato in Jimmy, un tipico fan degli Who nel 1965 circa: se Jimmy con gli Who aveva scoperto un livello di decibel inaudito, conosciuto i power chords, atteso il momento della chitarra distrutta e del microfono roteante sul palco, ora toccava a Pete da lassù tornare a guardare a quell’epoca di vespe e lambrette personalizzate, di musica soul e r’n’b, di abiti italiani coperti dal parka, di chili di amfetamine.
Il sesto album degli Who uscì il 19 ottobre 1973. Dopo “Tommy” e “Lifehouse” (poi abortito), Pete era alla sua terza rock-opera e “Quadrophenia” si rivelò un progetto ancora più complesso dei precedenti. In raffronto a “Tommy”, metafora del ragazzino muto cieco sordo diventato messia, l’escamotage narrativo si faceva più sfidante: la schizofrenia al quadrato che affligge il protagonista (definita, appunto, ‘quadrophenia’) accompagna Jimmy tra alti e bassi e ha sullo sfondo la fine del movimento mod - la sua ragione di vita, il suo strumento per essere accettato dal branco. Ma la personalità di Jimmy è dissociata in quattro parti, tante quanti sono i membri della band, ed ogni suo lato assomiglia a uno di loro. E così la parabola discendente di una cultura giovanile fatta di frenesia e edonismo si fonde con quella del rock in generale. “Rock is dead. Long live rock” avrebbe dovuto chiamarsi il doppio album (ed anche per questo, a posteriori, cedo senza remore alla tentazione di riconoscere a Townshend quelle doti di preveggenza e di visione che solo pochi altri poeti letterati del rock, come Dylan e Lennon, possono vantare).
Alla trama letteraria (l’io narrante di fantasia, il riferimento biografico e autobiografico, l’attitudine della prima generazione britannica di giovani post-bellica) si intreccia un artificio musicale, il tocco da maestro di un veterano del rock meno che trentenne. Townshend costruisce l’opera su quattro temi-pilastro: “Helpless dancer” raffigura un ‘tough guy’ (Roger Daltrey), “Is it me?” immortala un tipo più romantico (John Entwistle), “Bell boy” descrive il lunatico (Keith Moon) e “Love reign o’er me” parla dell’ipocrita accattone (Pete Townshend). Ognuno di essi sviluppa la propria personalità musicale e sonora e di ciascuno si ritroveranno tracce e cenni negli altri pezzi; ma il capolavoro consisterà nel fonderle tutte insieme per ben due volte, una per facciata, all’interno di due brani che diventeranno delle mini-suite: si tratta della title track che, verso l’inizio del primo disco, funziona da prologo, e di “The rock” che, quasi al termine del secondo, fa da chiusa. E’ soprattutto così che “Quadrophenia” riesce a spaziare in più direzioni senza perdere mai quel perfetto senso di coesione e di unitarietà che lega i suoi diciassette episodi originali. Che fine ha fatto Jimmy 38 anni dopo? E’ rimasto ventenne, ma ci rivela anche qualche ‘prequel’ di sé con QUADROPHENIA: THE DIRECTOR’S CUT. Un’opera monumentale, composta di cinque dischi che, nella versione deluxe, include il doppio album originale rimasterizzato in due CD, 25 demo tracks inedite in altri due CD, il DVD Audio “The Quadrophenia 5.1 EP” (otto pezzi remixati in Surround Sound), la perfetta replica del 45 giri in vinile di “5.15” / “Water” e un booklet di 100 pagine, con note, foto e commenti di Townshend, oltre cartoline e poster (escono, inoltre, anche il doppio LP in vinile 180 grammi e la versione doppio CD Digipack Deluxe).
QUADROPHENIA: THE DIRECTOR’S CUT rivendica per l’originale un posto nella storia del rock accanto a capolavori come “The Wall”, “Pet sounds”, “Sgt. Pepper” ma, nella sua particolare riedizione, è prima di tutto un articolo da collezione. Frugare nei cassetti, sfogliare appunti, scovare nastri, rintracciare loop e riff seminali, riesumare gemme rare dal dimenticatoio: roba per fan hardcore. Mentre la parte dedicata ai remaster è decisamente la benvenuta (e chissà che non ricompensi una volta per tutte Roger Daltrey, bistrattato dal mix originale), è soprattutto nel disco dedicato ai demo di Pete Townshend che l’archivista trova sfizio e gioca a ricostruire la genesi dei brani, a intercettarne le somiglianze con altri che sarebbero comparsi molto tempo dopo su altri album. E’ molto interessante, per esempio, la prima bozza di “The real me”, che presenta suoni sintetici, contiene i prodromi di “Who are you?” e si abbandona per qualche secondo a una certa leggerissima vena funky; è molto divertente quella di “Punk” (anticamera di ciò che sarebbe diventato “The punk and the godfather”), che perderà nella versione finale la voce di Pete, l’eco e il riverbero delle sei corde e un suono quasi wall-of-sound per riuscire a pareggiare la potenza di Roger con una chitarra tornata potentissima. E non mancano gli episodi che pur appartenendo alle sessions o al periodo storico dell’opera evidentemente non avrebbero mai potuto trovare spazio nel contesto dell’album: qualche esempio giunge da “Fill no 1- Get out and stay out”, comico stacchetto che fa il verso al Ray Charles di “Hit the road, Jack”; da “You came back”, soprattutto se si è in vena di atmosfere alla Burt Bacharah…; da “Wizardry”, autentico tour de force elettronico, antenato analogico dei sample contemporanei che esibisce una lontana parentela con quanto avremmo ascoltato negli anni Ottanta in “It’s hard” o in “Face dances”. L’altra chiave di lettura per opere come QUADROPHENIA: THE DIRECTOR’S CUT è quella del recupero, della riscoperta, della rivalutazione. Vale per chi c’era e per chi non aveva ancora mai ascoltato. E in questo caso è sconfinato il piacere che regala una delle tre rock band fondamentali di ogni tempo alle prese con il genio intellettuale del suo leader: volavano altissimi, gli Who, e nemmeno il ‘concept’ dell’album voluto da Pete poteva imbrigliarne la potenza (Roger), la fantasia (Keith), la solidità (John) e la follia (Jimmy).
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