«ALL THINGS WILL UNWIND - My Brightest Diamond» la recensione di Rockol

My Brightest Diamond - ALL THINGS WILL UNWIND - la recensione

Recensione del 14 nov 2011 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Negli ultimi cinque anni Shara Wolden si è ricavata una certa fama grazie al suo progetto My Brightest Diamonds : dopo gli studi operistici, le collaborazioni con Sufjan Steven Sufjan Steven e numerosi altri artisti e due dischi autoprodotti e firmati con il proprio nome, Shara Worden ha deciso di crearsi uno spazio creativo dove inserire tutte le sue ispirazioni, dalla musica classica al rock, passando dal folk e al country.
Se il debutto di My Brightest Diamond (“Bring me the workhorse” del 2006) sembrava molto legato al rock alternativo della città che l’aveva accolta una volta trasferitasi dal Michigan, New York, con “A thousand shark’s teeth” (la cui scrittura precede di gran lunga quella del suo primo album), la cantante era riuscita a mettersi in gioco proponendo canzoni basate su strutture più simili a quelle dell’opera e del musical che al folk e al rock. Così, dopo tre anni, la troviamo con questo “All things will unwind” con cui compie un passo successivo verso una forma sempre più ibrida di cantautorato e opera che vediamo sfociare in suite che potrebbero adattarsi tanto ad un musical quanto ad un balletto.
La voce di questa meravigliosa cantante viaggia tra le tonalità di colleghi eccellenti come Bjork, Beth Gibbons e il Thom Yorke più angelico, ma la sua creatività si allontana arrangiando ogni canzone usando quasi singolarmente fiati e archi, lasciando poco spazio a batteria e chitarra e mettendo in primo piano la sua interpretazione, trattando spesso le proprie corde vocali come uno degli strumenti adoperati per realizzare queste suite.
“All things will unwind” si apre con “We added it up”, una filastrocca leggera che parte accompagnata solo da una chitarra pizzicata per poi assumere i toni di un musical con l’inserto di fiati, archi e cori. Shara ci racconta così di un amore tra due persone che si completano e si annullano contemporaneamente: “Se io fossi il rumore, tu saresti il ‘shhh’/ Che coppia di sgradevoli gradevoli”. Con “Reaching through to the other side” e “In the beginning” ci ritroviamo immerse nella sfaccettatura più classica di questo fantastico “diamante” tra voci angeliche, arrangiamenti da operetta e testi che indagano tra le sfumature dell’amore, da quello di coppia a quello per il proprio figlio (Shara è appena diventata mamma) la cui nascita viene vista metaforicamente come la creazione della terra e della vita.
“Escape routes” ci riporta alla memoria un folk più europeo che statunitense e le parole ancora di un sentimento profondo “Oh l’esercitazione dell’atto di innamorarsi di te ancora e ancora”, mentre “Be brave” è un momento di autoanalisi visto in prima persona con rabbia e passione, per poi essere analizzato con dolcezza e compassione in terza persona in “She does not brave the war”, due brani in cui mostra tutto lo spettro di emozioni che può raggiungere la sua voce riuscendo ad essere tanto feroce quanto impalpabile.
Per il finale My Brightest Diamond si dedica a declinare le sue principali ispirazioni in cinque brani: “Ding dang” che ci riporta il folk europeo già assaporato poche canzoni prima, “There is a rat” è una sua personale visione di una ballata country e “High low middle” in cui vengono mescolati jazz, ragtime e archi. “Everything is in line” è il brano più atipico e strano con un arrangiamento dai sapori orientali e un duetto che però non segue sempre l’andamento della partitura musicale, mentre la conclusiva “I have never loved someone” è un vero inno all’amore della cantante verso il proprio figlio, quell’amore che è il vero motore di tutto il disco, che troviamo qui espresso attraverso la sua splendida voce accompagnata da solo un organo.

“E se crescerai per essere un Re, un clown o un povero, io continuerò a dirti che sei il mio preferito. E se la pioggia non laverà via I tuo dolori, io allora troverò un altro modo per dirti che vai bene così come sei”.


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