«A CREATURE I DON'T KNOW - Laura Marling» la recensione di Rockol

Laura Marling - A CREATURE I DON'T KNOW - la recensione

Recensione del 26 set 2011

La recensione

Il mondo ha bisogno di un’altra figlioccia di Joni Mitchell? Eppure stavolta vale la pena di drizzare le orecchie, nel senso che le lodi sperticate della stampa inglese una volta tanto non sembrano neppure esagerate: reduce dai trionfi ai Brit Awards e al festival di Glastonbury, Laura Marling , diafana biondina ventunenne al terzo disco, sembra una predestinata, un’artista volitiva già fatta e finita. Sentite con che piglio, che personalità, che eleganza di fraseggio e sicurezza di inflessione affronta “The muse”, il titolo di apertura di questo disco in cui impersona con inattesa efficacia il ruolo di una seduttrice: un dinamico gioiellino, che si muove leggero sulle ali di quel vintage folk-jazz-blues tanto caro al produttore Ethan Jones (da Ryan Adams all’ultimo Tom Jones), che su questi sentieri aveva già instradato con risultati eccellenti un altro giovane talento come Ray LaMontagne . Siamo dalle parti della Mitchell nel periodo “centrale” della sua carriera (da “Blue” a “Court and spark”), sì, ma anche di Tim Hardin e di Fred Neil, o del Nick Drake di “Bryter later”, se proprio vogliamo sfogliare l’album dei ricordi anni Sessanta e Settanta per disegnare l’identikit di una ragazza che ama farsi fotografare tra vecchi grammofoni e LP, che odia i singoli (“nessuno dei miei eroi li pubblica“) e che ama costruire i suoi album come si faceva una volta, come racconti e flussi di canzoni “ a tema” (nei dieci brani di “A creature I don’t know” ricorrono sovente gli stessi personaggi e le stesse metafore). L’incipit d’atmosfera di “I was just a card”, ballata sofisticata, umbratile e mutevole arricchita da un’orchestrazione d’altri tempi, suggerisce una torch song modello Adele o Amy Winehouse, ma è solo questione di un attimo: lei è più eterea, sfuggente e intellettuale, una figlia del suo tempo accomunata suo malgrado all’arrembante movimento del nu-folk acustico inglese. Questione di curriculum, visto che ha frequentato da vicino, musicalmente e sentimentalmente, gente come Noah And The Whale e i lanciatissimi Mumford And Sons, cui la accomunano certe progressioni ritmico-melodiche radicate nella tradizione della musica popolare. La conclusiva “All my rage”, per esempio, è un perfetto inno da festival estivo, una ballad corale e pastorale in cui l’esile cantautrice sfoggia timbri acuti alla Joni, alla Joan Baez e alla Mimi Fariña su un tappeto trascinante di strumenti a corda di sapori celtici ed appalachiani: un ponte virtuale tra le due sponde dell’Atlantico che nel disco si ripropone con frequenza (“Salinas” è un titolo che evoca California e non il natio Hampshire, mentre il suo svolgimento ricorda lo stile sciolto e colloquiale della prima Suzanne Vega). I valori produttivi fanno la differenza anche in “The beast”, il brano che sembra indicare una possibile evoluzione “rock” del songwriting marliniano: tre chitarre elettriche, un crescendo brusco e lievemente distorto, un suono più crudo e un istinto più animalesco (lei del resto lo ripete nelle interviste: “Non sono mai stata folk”); il corredo portato in dote da Jones include anche archi, ance, spazzole, banjo e dulcimer, ma al cuore delle canzoni c’è sempre il voce & chitarra della Marling, nudo e semplice in “Night after night” e nella spettrale ninna nanna di “Rest in bed”, placidamente westcoastiano in “Sophia”, luminoso e saltellante in “My friends”. Sorprendentemente matura per la sua età, in “A creature I don’t know” Laura ha calato i suoi assi: una scrittura melodica che raramente si accontenta della soluzione più facile e sbrigativa, un’attenzione particolare al ritmo e alle dinamiche interne della composizione, un’abilità non comune nel wordplay, la scelta dei vocaboli e dei giochi di parole con cui affrontare i temi classici (e spesso autobiografici) delle distonie nelle relazioni interpersonali. Ha talento e attributi, è eccentrica e anticonformista il giusto, è fortunata a sbocciare in un momento in cui la musica acustica vive un inaspettato revival sul mercato di massa internazionale: gli inglesi fanno bene a coccolarsela.



(Alfredo Marziano)
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