«THE UNSPEAKABLE - Chilly Gonzales» la recensione di Rockol

Chilly Gonzales - THE UNSPEAKABLE - la recensione

Recensione del 26 set 2011 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

“Diventerò più famoso di Robbie Williams”.
Leggendola come se fosse una dichiarazione rilasciata recentemente potremmo giustamente pensare che l'autore non avesse delle mire così ambiziose, spostandole indietro nel tempo fino alla fine degli anni 90', quando il “reietto” dei Take That era al top di tutte le classifiche, capiamo invece la portata della strafottenza di Chilly Gonzales, un artista canadese con la faccia da schiaffi che, in quegli anni, ha infiammato Berlino con una manciata di artisti connazionali (la “Canadian Crew”) e la stramba idea di mixare l'hip hop con sonorità inusuali e molta, moltissima ironia.
Quegli amici erano Peaches, Feist, Mocky e Jamie Lidell, artisti che (in aree diverse) hanno ottenuto una fama internazionale; tranne Chilly il cui percorso si è rivelato più tortuoso passando da istrione in completo rosa delle serate berlinesi, al trasloco a Parigi dove è tornato a innamorarsi del pianoforte. Gonzales in questi anni ha fatto di tutto: registrato un disco strumentale (“Solo piano") tra jazz e classica, ha prodotto un di successo discografico come “The reminder” di Feist, ha realizzato una serie di puntate della web-comedy “The superproducer”, ha scritto e recitato nel film “Ivory tower”, è entrato nel Guinness dei primati per il concerto per piano più lungo della storia (27 ore) e ha portato il suo strambo hip-hop con un interminabile tour in tutto il mondo.
Dopo tutto questo tempo, questo artista geniale e strafottente non ha ancora perso la sua inventiva e torna con un disco che lo pone di fronte ad una nuova sfida, unire il rap alla musica classica: “The unspeakable” è infatti un disco che unisce le composizioni scritte da Gonzales con il fratello ed eseguite da un'orchestra da camera, alle sue rime ironiche e dissacranti.
“I believe the next Einstein will write rhymes” spiega Gonzales in “Rap race”, una sorta di manifesto del suo modo di intendere il cantare per rime, che, in tutte le canzoni di questo disco, parla del suo essere artista, delle sue scelte, dei discografici e di come sopravvivere con la propria musica. Nonostante le parti orchestrali scritte per questo album non siano particolarmente originali o interessanti sono perfette per il loro scopo permettendo al nostro musicista canadese di realizzare dei veri brani hip hop senza farli sembrare dei patchwork: anzi, l'orchestra ben rende la carica di grinta di Chilly in brani come “Supervillain music” o “Self portrait” dove si cade anche nel blasfemo con la rima “I saw God in a blowjob”.
“The unspeakable” è un disco unico, divertente, con delle belle arie, ma sopratutto con un grande autore sempre pronto a nuove sfide. E pazienza se non è ancora diventato più famoso di Robbie Williams, a noi piace così.

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