«PULL UP SOME DUST AND SIT DOWN - Ry Cooder» la recensione di Rockol

Ry Cooder - PULL UP SOME DUST AND SIT DOWN - la recensione

Recensione del 12 set 2011

La recensione

Lo hanno già scritto in tanti, tracciare un parallelo viene naturale: l’America del 2011 assomiglia in modo inquietante a quella del 1929. Stretta nella morsa della disoccupazione e di una povertà di ritorno, agitata da profonde inquietudini sul futuro. E così anche uno come Ry Cooder, con la prospettiva storica che lo contraddistingue, può tornare a buon diritto su un terreno a lui familiare, frequentato nei primi anni Settanta con dischi come “Into the purple valley” e “Boomer’s story” e di nuovo quattro anni fa con la favola allegorica di un gatto vagabondo dalle sembianze umane ( “My name is Buddy” ). Lo fa con il piglio del cantante di protesta, modellando sullo stampo di vecchi traditional o delle ballate di Woody Guthrie e di Sleepy John Estes canzoni scritte per raccontare la nuova Grande Depressione e i suoi protagonisti, eroica gente comune e farabutti dei nostri tempi: banchieri avidi e giudici corrotti, vigilantes spietati e signorotti volgari, militari senza scrupoli e politici distanti dai problemi della comunità. Suona familiare anche da questa parte dell’oceano? Certo che sì. Qui si canta di crisi economica e di bolla finanziaria, di guerre senza fine e di rivolte nelle strade, di una “casta” di privilegiati e di una massa di indignati. A Los Angeles come a Londra o a Madrid (o Roma). Per narrare questa triste attualità senza tempo Cooder usa la lingua e i “simple tools” che i suoi estimatori conoscono a memoria – il blues e la musica del border messicano, il gospel e il calypso, il folk e il rock elettrico. Ma stavolta, prima di rimettersi quietamente a sedere, ha deciso di sollevare un po’ di polvere. Mai, prima d’ora, l’avevamo sentito così polemico e rabbioso: furioso al punto da insultare senza mezzi termini l’ex inquilino texano della Casa Bianca e da fantasticare l’eliminazione dalla faccia della terra dei tanti Robin Hood al contrario che rubano ai poveri per garantire privilegi ai ricchi. La fitta trama si dipana spesso per coppie di canzoni raggruppate a tema: il folk old time di “No banker left behind” e il corrido di Jesse James (con un’orchestrina mariachi e l’inconfondibile fisarmonica di Flaco Jimenez) sono le armi prescelte per prendere di mira Wall Street e le banche, assai più banditesche del vecchio fuorilegge del West di cui si invoca il ritorno sulla Terra per fare piazza pulita; la danza norteña di “Christmas time this year” e il blues scarnificato di “Baby joined the army” evocano lo spettro delle guerre in Iraq e in Afghanistan da cui i figli d’America tornano sfigurati, mutilati, cerebrolesi o più semplicemente cadaveri. Mentre in “Quicksand”, che il luddista Cooder ha postato ad agosto su iTunes donando i proventi della vendita al Mexican American Legal Defence and Education Fund (MALDEF), esplode il dramma della povertà e delle nuove, miopi,feroci leggi anti immigrazione adottata in Arizona. Roba tosta. Temi duri e scottanti, accompagnati da suoni che sanno di polvere e di ruggine, che evocano radio gracchianti e balere scalcinate trasmettendo rassegnata desolazione (un padre che assiste impotente alla partenza del figlio per il fronte), umile fierezza (“Simple tools”), accorato sentimentalismo d’altri tempi (“Dreamer”). A Cooder bastano qualche volta una voce e una chitarra, magari punteggiate dalle scarne percussioni del figlio Joachim; altre volte servono archi e fiati, e i colori del solito, fidato giro di fedelissimi: Jimenez, Terry Evans, Willie Green, Arnold McCuller o quella Juliette Commagere la cui voce angelica e senza peso trasporta “Dirty chateau” dalle parti di una space music sospesa tra i Fifties e un mondo immaginario. I riferimenti musicali sono espliciti e manifesti: “Questa avrebbe dovuto essere la nostra terra”, canta malinconicamente Ry nel finale conciliatorio di “No hard feelings” evocando lo spirito di Guthrie, mentre la sua imitazione di John Lee Hooker è più vera del vero, con un esilarante tocco di humour che non guasta. Non ci sono le novità, il cromatismo e la sorprendente vivacità del bellissimo “Chavez ravine”, il quasi musical che nel 2004 inaugurò la sua “trilogia californiana”. Di quell’album e dei successivi rimane invece l’abilità nell’ imbastire storie e scenari di suggestione cinematografica, la capacità di rigenerare materiali musicali vecchi come il mondo nel quadro di un affresco coerente che valorizza il concetto poco trendy di album richiedendo concentrazione nell’ascolto. “Pull up some dust and sit down” conferma Cooder per quello che è: un uomo d’altri tempi che usa i vecchi ferri del mestiere, consapevole che tutto cambia per rimanere sempre uguale.



(Alfredo Marziano)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.