«LA LIBERACION - CSS» la recensione di Rockol

CSS - LA LIBERACION - la recensione

Recensione del 05 set 2011 a cura di Rossella Romano

La recensione

Il Brasile evoca, nella nostra mente, immagini di spiagge incontaminate, mare cristallino, samba, Carnevale, ragazze e ragazzi dai fisici scultorei; a molti il calcio, Gilberto Gil e Caetano Veloso. Ma quella terra è anche altro: brulica di un fitto underground, popolato da giovani talenti, che con i ritmi latini hanno ben poco a che fare. Tra gli esponenti di questa nuova ventata indie "do Brasil", troviamo i CSS, letteralmente "Cansai de ser sexy" ("stufa di essere sexy"), frase pronunciata da Beyoncé in una delle tante interviste. La band, composta da cinque coloratissimi musicisti, si è fatta conoscere tramite Myspace con il primo singolo, "Ódio òdio òdio, sorry C.". Irriverenti e scanzonati, i CSS propongono un rock leggero e sbarazzino, spesso arricchito da tocchi electro. Dopo l'album "Donkey" del 2008, che ha suscitato molte critiche positive nei confronti del gruppo, arriviamo ai giorni nostri con "La liberaciòn" che vede la partecipazione straordinaria dei beatmaker inglesi Ratat e di Bobby Gillespie, frontman dei Primal Scream. Undici brani ben suonati e magistralmente arrangiati, arricchiti da testi semplici ma efficaci.
Una liberazione a trecentosessanta gradi, quella dei CSS: niente pregiudizi, chiusure mentali, blocchi emotivi e affini, come cantano in tanti brani del disco. In apertura, "La liberatiòn" avviene con un proclama forte e deciso: "I love you", e non c'è molto da aggiungere. L'amore che viene liberato, che viene urlato, si ritrova anche in "Hits me like a rock", pezzo nel quale si fanno sentire echi dance, davvero molto europei.
Si prosegue con "City girl", manifesto delle ragazze dalle tre f: "fashion, facili e frivole". Lovefoxxx canta: "Sono una ragazza che dal paese si è trasferita in città, amo flirtare fare spese ed ubriacarmi. E' la vita che ho sempre sognato". Tantissima ironia ma anche tanto amore, declinato in ogni sua forma: "Echo of love", con il suo motivetto accattivante, è un vero excursus sentimentale. Dalla presenza predominante di elettronica e pennellate dance, i ritmi cominciano a farsi molto più schitarrati, più suonati, con "You could have it all", brano arricchito da un clapping anni Ottanta che calza proprio a pennello. La title track del disco, "La liberaciòn", è l'unico brano cantato in spagnolo, in cui l'anima dei CSS dà libero sfogo a se stessa. Arrivano poi "Partners in crime", che racconta una storia alla Bonnie e Clyde, "Ruby eyes", serenata con svariate forme di interpretazione, e "Rhythm to the rebels", anarchico al punto giusto. "Red alert" è un monito a fare attenzione a non superare certi limiti, in chiave rock. La chiusura è lasciata al brano "Fuck everything", che non ha bisogno di essere tradotto. Cosa c'è di più liberatorio se non mandare a quel paese persone negative e inconcludenti, imprevisti e momenti neri?
Del resto, la liberazione più grande, forse è proprio questa.

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