«BLACK AND WHITE AMERICA - Lenny Kravitz» la recensione di Rockol

Lenny Kravitz - BLACK AND WHITE AMERICA - la recensione

Recensione del 30 ago 2011 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Il suo nono album è anche il suo primo dell’era Obama: lo ha intitolato come la storia della sua vita e lo ha suonato come la musica che ascoltava prima di trasformarsi da fan in rockstar. "Black and white America" parte deciso all’insegna della blacksploitation: la title track rievoca l’epoca e il mood di “Shaft” e di tanti b-movie che facevano la gioia di Tarantino, con quei giri di basso punteggiati da una sezione fiati - ora in sottofondo e ora in primo piano – che non molleranno facilmente: li ritroveremo un po’ ovunque, sia in quei pezzi di classico stampo pre-disco come “Superlove”, sia laddove Lenny recupera la sua vena rock – vedi “Come on get it”.
In questo album Martin Luther King è l’icona in sottofondo, l’immagine che da sola ne sintetizza il tema conduttore. Il funk è il suo filo rosso, la spina dorsale ritmica e sonora che prende la responsabilità di relegare in secondo piano il rock analogico che ha fatto la fortuna dell’artista. Infine, il soul è l’attitudine. Kravitz la fa propria in maniera naturale, vive un soul totale che sa spaziare dal groove di “Life ain’t never been better than it is now” - un tributo esplicito a James Brown, che pezzo fantastico con quella chitarra ritmica a dettare il ritmo! – alla vellutata “Liquid Jesus”, quasi una novella “Sexual healing”: così seducente, cantata nel falsetto di Marvin Gaye - in effetti, però, sdogana il tema della religione.
Che dire di “Boongie Drop” (con Jay-Z) e “Sunflower” (con Drake)? Anche nulla. Rileviamo, invece, che stavolta Lenny sceglie di tenersi a distanza dalle sue personali influenze bianche, dai classici-guida del passato (Beatles e Led Zeppelin su tutti) che lo hanno formato come polistrumentista completo e lo hanno etichettato come alfiere della neo-psichedelia. Curiosamente, sembra concentrarsi più su atmosfere Eighties, riuscendo a scansare tentazioni alla “Glee” e finendo per rivalutare certi arrangiamenti che fecero la fortuna dei Cars, come in “Rock star city life”. La vecchia regola diventa dunque l’eccezione: il power pop vintage, infatti, è appannaggio solo del primo singolo “Stand”. "Black and white America" è il manifesto all’integrazione che un suo famoso figlio interraziale dedica al proprio paese. Per raccontare di un sogno spezzato che ancora oggi è da riconquistare, Lenny Kravitz ricorre alla sua innata padronanza dei diversi generi della musica pop – la contaminazione stilistica e sonora come metafora della coesistenza tra diversità. Lo fa con classe, senza ridurre il metodo alla stregua di un mezzuccio; al contrario, cerca di innalzarlo a un livello superiore. Prende il rischio di mantenere sempre elevata l’asticella lungo 16 brani, che sono l’equivalente di un vecchio doppio album; per sopperire agli inevitabili momenti di bassa tensione impone a sé stesso grande rigore nel recupero di atmosfere e stili passati, per poi rielaborarli con la giusta contemporaneità. Così mi torna in mente il buffo quiz show immortalato nel primo video dell’album, quasi una polaroid in movimento del decennio post Vietnam e post hippie, una liturgia seriale e artefatta che, tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, univa milioni di americani attraverso l’antenna: diversi per colore e tenore di vita, distanti per geografia e per retroterra, abitanti di villette unifamiliari in sobborghi spettrali come di case popolari in ghetti fatiscenti, tutti sorbivano una melassa di pericolosa mediocrità per scovarvi fantastiche gemme. La cultura mainstream. Intanto, là fuori, la musica reagiva e si rimescolava: funk disco rock punk si incrociavano in un’America nera e bianca.

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