«CODES AND KEYS - Death Cab For Cutie» la recensione di Rockol

Death Cab For Cutie - CODES AND KEYS - la recensione

Recensione del 30 mag 2011 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Pochi giorni prima della pubblicazione di “Codes and keys”, settimo album in casa Death Cab For Cutie, è Ben Gibbard stesso a dare l’imbeccata giusta: “Finalmente la mia musica è più bilanciata che mai”. Parole di un ex alcolista: “Scrivere implica così tanta solitudine… Rimani per ore da solo con i tuoi pensieri e ti torturi. E' una tendenza di molti scrittori quella di stemperare l'atto auto-distruttivo dello scrivere con qualche altro metodo di auto-distruzione. Di certo io ho fatto così per molto tempo”. I tempi in questione erano quelli di “Narrow stairs”, un album “… chiassoso, dissonante e abrasivo…”, questo almeno secondo il chitarrista (e produttore) della band Chris Walla. Da allora però le cose sono cambiate, e Gibbard in primis pare essersi dato una regolata: basta con l’alcol, vita morigerata, sana attività fisica e, ciliegina sulla torta, nozze con l’adorabile attrice (nonché cantante del duo indie She & Him) Zooey Deschanel. Dei Death Cab For Cutie in toto invece, si sente parlare grazie a “Meet me on the equinox”, inedito del 2009 inserito nella colonna sonora di “New moon”, secondo capitolo cinematografico della fortunata saga vampiresca “Twilight”. Quindi, semplificando all’estremo per fare il punto della situazione, se da una parte abbiamo Gibbard alle prese con una serie di problemi non di poco conto, dall’altra ci sono i Death Cab For Cutie che imperterriti registrano un successo in costante crescita. E guarda caso, in un senso più ampio, il discorso torna ad essere quello dei tempi di “Plans” e del già citato “Narrow stairs”, ergo i primi due album arrivati dopo il passaggio della band, fino ad allora paladina dell’indie rock, ad una major, la Atlantic: bravi i Death Cab For Cutie, poeti maledetti finché vuoi, ma alla fine si sono venduti pure loro, si diceva. Poco importa poi che “Plans” e “Narrow stairs” fossero due album di ottima fattura, arrivati addirittura dopo quello che è a tutti gli effetti da considerarsi un capolavoro indie come “Transatlanticism”. Alla faccia delle conferme verrebbe da dire, complimenti! E invece no. Perché con la band di Benjamin Gibbard, la sensazione è sempre quella di essere in bilico. In bilico tra il passato “alternativo” e la nuova veste “major”, tra il mantenere costante un sound fondamentalmente ancora indie e il proporlo a platee sempre più mainstream, addirittura alle teenagers di Twilight. In questo senso allora, le parole di Gibbard sono, come già accennato, il viatico migliore per capire il senso del nuovo lavoro, “Codes and keys”. Undici pezzi in scaletta come da tradizione, prodotti per la prima volta non da Chris Walla, ma dal leggendario Alan Moulder (Jesus and Mary Chain, Nine Inch Nails, Depeche Mode), chiamato probabilmente per mischiare le oramai note carte in tavola in casa Death Cab. Che in altri termini significa addio alle schitarrate ben definite di “Narrow stairs” e tastiere a profusione per un suono molto più impastato e soft. Nascono così pezzi come l’introduttiva “Home is a Fire”, “Monday morning”, “Some boys”, “Underneath the sycamore” (ottima) e “Unobstructed views”, melodie in puro stile Death Cab, ma con un tocco sintetico in più. La titletrack “Codes and Keys” ricorda invece le ultime fatiche degli Arcade Fire, mentre “Portable television” e “You are a tourist”, quest’ultima non a caso scelta come singolo, sono il ponte più diretto con il passato recente fatto di chitarra basso e batteria. I pezzi migliori? Sicuramente la doppietta finale “St. Peter's cathedral”/ “Stay young, go dancing”, la prima un crescendo affascinante, connubio perfetto tra la voce di Gibbard e trame sonore tessute dalle tastiere, la seconda una meravigliosa favola di chiusura costruita intorno ad un delizioso arpeggio di chitarra. Dunque? “Codes and keys” è l’ennesimo buon disco dei Death Cab For Cutie. Niente di più e niente di meno. Certo, qualcosa è cambiato e l’apporto di Moulder in questo senso è abbastanza evidente, ma la sostanza è bene o male sempre la stessa. La sensazione però è che i Death Cab For Cutie, sotto sotto non cercassero un disco perfetto (come si diceva, hanno già in cassaforte un album strepitoso come “Transatlanticism” e basta e avanza), quanto un disco solido, in qualche modo leggermente diverso e, manco a dirlo, necessariamente più equilibrato. Perché Ben Gibbard deve essersi reso conto, di non essere più solamente il leader di una indie band con i fiocchi. Ora è il leader di quello che sembra essere davvero un controsenso ingestibile, eppure qui incredibilmente bilanciato: una band indie, alternativa, per tutti.

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