«TOMBOY - Panda Bear» la recensione di Rockol

Panda Bear - TOMBOY - la recensione

Recensione del 26 apr 2011

La recensione

Noah Lennox, alias Panda Bear, è a suo modo un hippie. E fa musica per hippie contemporanei, costruita su un filo rosso che lega Brian Wilson, Syd Barrett e i Mercury Rev. Il tutto frullato con un uso sapiente dell'elettronica e dell'arte del sampling. Noah agisce nei pressi di New York, anche se viene dal Maryland. Sia da solo, nascosto sotto lo pseudonimo di Panda Bear, che insieme al suo gruppo, gli Animal Collective. In entrambi i casi ci ha regalato alcuni dei dischi più folli, originali e innovativi di questi primi anni Duemila. Dopo che la sua ultima prova solista in ordine di tempo, "Person pitch", è stata salutata dalla critica internazionale con un consenso trionfale ora il Panda è tornato con "Tomboy", un album che per la verità era già pronto da mesi ma che per questioni discografiche è uscito solo adesso.
Possiamo dire che stavolta Lennox ha provato a fare il suo lavoro più pop (fateci passare il termine) della sua discografia. Nel senso che il nuovo album rispetto alle prove passate limita abbastanza l'uso dei campionamenti e si apre ad una musica più "suonata". Anche se la struttura dei pezzi, costruita su complesse stratificazioni di più voci, sostanzialmente non è cambiata e mantiene il suo effetto "lisergico" sull'orecchio dell'ascoltatore.
Dall'apertura di "You can count on me", un'invocazione che sa quasi di gospel, fino alla chiusura solenne di "Benfica" Panda Bear costruisce una nuova raccolta di piccoli inni che come sempre funzionano alla grande, anche se hanno bisogno di più di un ascolto per riuscire ad essere metabolizzati. Come detto, quello che colpisce è il loro suonare più come "canzoni" rispetto al pastiche psych-pop di "Merriweather post pavillion" o all'ultimo lavoro solista "Person pitch". La titletrack "Tomboy" in questo senso è illuminante, grazie al suo incedere sincopato e alle tante parti di chitarra che arricchiscono il cantato. Capita di sentire anche dei veri e propri riff, come quello del pianoforte che guida l'ottima "Slow motion": quasi un pezzo dub, dove il Panda sfodera un cantato brillante. Non mancano citazioni degli Animal Collective come "Surfer's hymn" e "Last night at the Jetty", nelle quali sembra quasi di sentire tutta la famiglia riunita.
A tratti, quasi come se non resistesse alla tentazione, Noah Lennox si abbandona (per fortuna) alla sperimentazione e ci regala piccole gemme come "Scheherazade", canzone rarefatta e satura di echi ma di una bellezza ammaliante. Nel complesso stavolta però dobbiamo registrare anche un paio di cadute d'intensità, come nella doppietta "Friendship bracelet"/"Afterburner", due pezzi resi troppo monocordi dall'arrangiamento.
In sintesi "Tomboy" non raggiunge i picchi emotivi di "Person pitch" e non ha alla sua base il lavoro di squadra che ha reso "Merriweahter post pavillion" un grande disco. Ma nonostante questo è un ottimo album, che conferma come Panda Bear sia uno dei musicisti più prolifici e originali dell'attuale panorama underground e non solo. Uno che fa musica per hippie moderni che, se fossero ancora vivi, piacerebbe tanto a Syd Barrett e Jerry Garcia.


(Giovanni Ansaldo)
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