«A GROUNDING IN NUMBERS - Van Der Graaf Generator» la recensione di Rockol

Van Der Graaf Generator - A GROUNDING IN NUMBERS - la recensione

Recensione del 26 apr 2011

La recensione

Non c’è bisogno di scomodare la scuola pitagorica, Bach o Philip Glass per ricordare che la musica è (anche) matematica: sequenza di segni grafici, numeri e intervalli, elaborazione di formule, astrazione, rispetto delle regole e delle proporzioni. Cinque anni e mezzo fa, nel suo doppio ”Aerial”, Kate Bush si spinse a cantare una lode al p greco. Beh, i Van der Graaf Generator di “A grounding in numbers” non sono da meno: non solo sciorinano successioni numeriche in “5533”, ma in “Mathematics” riescono addirittura a trasformare in un ritornello l’Identità di Eulero (chi vuole saperne di più, consulti Wikipedia). Sorprendente, ma fino a un certo punto: numeri e matematica sono una vecchia passione di Peter Hammill e di Hugh Banton, due terzi dei nuovi VDGG orfani da cinque anni del sassofonista e flautista David Jackson. Sembrava non potessero fare a meno dei suoi fiati trattati elettronicamente e del suo fraseggio ispirato a Rahsaan Roland Kirk, e invece il Generatore accumula ancora elettricità sufficiente a tenere alta la tensione per cinquanta minuti. Sono sopravvissuti alla defezione, Hammill, Banton e Guy Evans, così come alla fine del sodalizio con la Virgin (la nuova etichetta discografica, finora specializzata in ristampe per collezionisti, è la Esoteric: già dal nome sintonica con il loro stile e modus operandi). E sono rimasti ostinatamente “progressive”, nonostante la definizione non gli sia mai andata a genio, e a dispetto del fatto che questo – come scrive il mensile “Record Collector” – sia probabilmente il disco più “pop” della loro carriera: tredici canzoni, di minutaggio quasi sempre contenuto al di sotto dei 5 minuti, sono una novità che aveva fatto alzare il sopracciglio a qualche vecchio estimatore. Niente paura: per quanto sintetico e compatto, “A grounding in numbers” non evita affatto le complessità, i tempi dispari, le sincopi, le spigolosità, gli andamenti sinusoidali, i cambi di scena e d’atmosfera, contando sulla grande versatilità del drumming di Evans e delle tastiere di Banton, mentre Hammill ha più spazio per sfoderare ritmi e timbri ruvidi alla chitarra elettrica (è blasfemo dire che “Highly strung”, un pezzo tirato che parla di stress e di tensione nervosa, ha un riff di stampo quasi MOR se non addirittura heavy?). Insomma: i VDGG in trio suonano più “rock” (vedi anche “Embarrassing kid”) rievocando le geometrie spigolose e l’approccio intellettuale dei King Crimson di Robert Fripp, compagni d’epoca e di ventura capaci come loro di affrancarsi e di evolversi dal suono che fu. Senza abiurare il passato, ovviamente: nei recenti concerti italiani le setlist, molto orientate sull’ultimissima produzione, non hanno dimenticato vecchi capolavori come “Lemmings”, “Man-erg” e “Still life”. E un pezzo come l’iniziale “Your time starts now”, riflessione sul passaggio inesorabile del tempo, rimanda subito alle grandi melodie hammilliane da “Refugees” in poi, alla sua asciutta e cerebrale malinconia esistenziale: un “instant classic” maestoso e d’impatto immediato, con l’organo e il pianoforte che si aprono su un refrain arioso che ti avvinghia subito. Firmando per la prima volta tutti i pezzi in trio, lavorando “live in the studio” (una settimana del mese di aprile dell’anno scorso), sovraincidendo ex post nei rispettivi home studio e affidando il missaggio (anche questa una novità assoluta) a un paio di orecchie esterne, quelle dell’espertissimo Hugh Padgham già a fianco di Police, Genesis e XTC, i Van der Graaf hanno prodotto un album degno del loro nome in cui l’assenza degli strumenti a fiato, talvolta riprodotti dal reparto macchine di Banton, lascia più aria e movimento alle canzoni, colorate minimalisticamente da tocchi di clavicembalo (la conclusiva “All over the place”), glockenspiel, basso a dieci corde ed effetti elettronici e da suggestioni classicheggianti, jazz e world music. Curiosi i due strumentali: con le sue percussioni tribali e la cupa atmosfera primordiale “Red baron” ricorda non poco i Dead Can Dance ; mentre in “Splink” si materializza una imprevista slide alla Ry Cooder a tratteggiare una sorta di colonna sonora di genere “Americana”, subito stravolta da interferenze dissonanti e da una melodia sovrapposta. Meglio, forse, i pezzi relativamente più “tradizionali”: “Bunsho”, per esempio, sferzante ed incalzante, puro prog anni Duemila, o le spire serpentine di “Snake oil” (ottima performance di Evans: mica facile, fare il batterista nei VDGG). Le strofe sdrucciole e la mutevolezza di “Mr. Sands”, l’incendio (nel gergo della gente di teatro) che precede il fumo di “Smoke”, concitata e a ritmo quasi funk. Già nel titolo, “Present” aveva chiarito che i VDGG non ci stavano a farsi imbalsamare nella loro immaginetta sacra degli anni Settanta; “Trisector”, tre anni fa, aveva dimostrato che erano in grado di andare avanti anche in tre. “A grounding in numbers” ribadisce che la loro musica oggi non è né antica né moderna. Semplicemente fuori dal tempo, familiare ma sempre provocatoria il giusto alle orecchie dei vecchi fan. Chissà che effetto fa ai neofiti, a quei pochi almeno cui viene data una chance di ascoltarla.




(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

04. Red Baron
05. Bunsho
07. Splink
09. Medusa
11. Smoke
12. 5533
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