«BUILD A ROCKET BOYS - Elbow» la recensione di Rockol

Elbow - BUILD A ROCKET BOYS - la recensione

Recensione del 07 mar 2011

La recensione

"Manchester ha tutto. Tranne le spiagge", diceva il mancuniano Ian Brown. Certo, dev'esserci qualcosa di speciale nell'aria dell'uggiosa città inglese: nonostante il passare degli anni e il rinnovarsi degli stili musicali, da queste case fatte di mattoni rossi continuano ad uscire gruppi notevoli. Uno degli ultimi a entrare (tardivamente) nelle cronache musicali sono stati gli Elbow, formatisi proprio a Ramsbottom, piccolo centro nel nord dell'area urbana di Manchester. Molto sottovalutati ad inizio carriera, i cinque sono arrivati alla consacrazione nel 2008 grazie all'ottimo "The seldom seen kid". Ora, a distanza di tre anni, "Build a rocket boys!" riporta sulle scene questo collettivo guidato dal barbuto Guy Garvey, uno che a vederlo sembrerebbe tutto tranne che una rock star. A vederlo, appunto. Perché quando inizia a cantare è tutta un'altra storia.
Gli Elbow non sono certo degli esordienti: l'album in questione è il loro quinto lavoro in studio e ormai sanno dove andare a colpire. Alla produzione ci hanno pensato da soli, chiudendosi nei fidati Blueprint Studios. Le differenze stilistiche con il precedente disco non sono molte, ma quello che stupisce è la qualità delle canzoni che il gruppo riesce a proporre anche stavolta. L'iniziale "The birds" ad esempio, costruita su un crescendo lento e inesorabile, potrebbe non convincere ai primi ascolti ma si dimostra col tempo una grande canzone, mirabile per come incastra la voce di Garvey in un tappeto di tastiere e archi. Merito di un arrangiamento apparentemente minimalista, ma in realtà complesso e stratificato, seguendo un po' la lezione di Peter Gabriel e un po' quella dei Radiohead post "Kid A".
E proseguendo sulla strada di "Build a rocket boys!" non mancano altre buone sorprese. "Lippy kids", guidata da un loop di pianoforte, è arricchita dallo Halle Youth Choir ed è uno stupendo affresco sulla gioventù di Manchester tra passato e presente, tra i ricordi di Garvey da bambino e gli angoli delle strade di oggi: un tema portante del disco, in modo curiosamente simile a quello di "The suburbs" degli Arcade Fire. Anche "Jesus is a Rochdale girl" batte le stesse strade ed è un bozzetto malinconico di grande bellezza, una canzone ridotta all'osso con chitarra acustica e coloriture di pianoforte alla Brian Eno.
Spleen a parte, ci sono anche un paio di brani più movimentati: "Neat little rows", non a caso scelta come singolo e costruita su un robusto riff di basso, e "High ideals", altro pezzo brillante arricchito da un synth tanto bello quanto inaspettato. Il cerchio si chiude con la rilassata "Dear friends", una ballata che Guy dedica ai suoi compagni della band e che suona come la fotografia esatta della band in questo momento.
Dopo la consacrazione di "The seldom seen kid", possiamo dire che "Build a rocket boys!" è il disco della conferma: gli Elbow sono un'ottima band, in grado come pochi di fare musica pop colta ma al tempo stesso fruibile. Pazienza se non ci sono le spiagge, Manchester ha colpito ancora.


(Giovanni Ansaldo)
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