«FALLEN - Burzum» la recensione di Rockol

Burzum - FALLEN - la recensione

Recensione del 28 feb 2011 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Dopo 16 anni di carcere - per l'assassinio dell'ex amico ed ex "collega" Euronymous - Varg Vikernes, alias Burzum, è tornato in libertà nel 2010. La porta della cella non si era ancora chiusa che aveva già sfornato un disco, l'acclamatissimo "Belus"; e a 12 mesi di distanza, puntuale e implacabile, rieccolo con un nuovo lavoro intitolato "Fallen".
Sgombriamo subito il campo da possibili distrazioni: Vikernes è universalmente noto tanto per la sua musica, quanto per i suoi criminosi trascorsi (roghi di chiese, un omicidio...) e le sue idee estreme - che l'hanno condotto da una sorta di nazismo occultista a una specie di paganesimo nazionalista. Con una fatica non indifferente, in quanto sciogliere i due aspetti è spesso impossibile, cercherò di concentrarmi solo sulla musica, lasciando alle coscienze dei lettori/ascoltatori eventuali valutazioni e giudizi etici, morali, politici e quant'altro. Chiarito questo, passiamo a "Fallen", un disco che, nonostante segua un lavoro che ha segnato un grande ritorno - quello di Burzum al black, a discapito della sua anima dark ambient - ha di sicuro gambe e fiato per correre e disputare la propria dignitosissima partita.
La chiave di lettura del Burzum post-prigionia è la ricerca dell'atmosfera, innestata su un impianto black metal scarno e minimale, costruito con riff che si ripetono ossessivamente. In questo nuovo lavoro non c'è nessuno stravolgimento radicale, dunque, rispetto alla formula di "Belus", a parte un dettaglio che merita una certa attenzione. Infatti per "Fallen" Burzum sembra aver scelto di studiare un utilizzo più chirurgico e consapevole del fattore melodico, elemento che aggiunge epicità alle composizioni, oltre ad ampliare la tavolozza dei colori con cui i singoli brani vengono metaforicamente decorati.
A rafforzare questa scelta c'è un ricorso più frequente del solito a un timbro vocale pulito e calmo, rispetto al ringhio satanico che fu il trademark del Burzum del tempo che fu: si ascolti - ad esempio - "Jeg faller", con un ritornello sussurrato, melodico e quasi delicato.
La produzione più pulita del solito accentua notevolmente gli aspetti di cui si diceva: e qui siamo di fronte a un'altra scelta decisiva operata per questo album, visto che Burzum è amato da molti per la sua consapevole ricerca dei suoni più sporchi e lo-fi possibile. Ovviamente nessuno deve aspettarsi la perfezione formale da disco di Michael Bolton, ma le sonorità di "Fallen" sono indubbiamente più rotonde, levigate e cristalline rispetto all'inferno in bassa fedeltà dei lavori precedenti (esclusi, ovviamente, i due album ambient incisi dal carcere): un elemento che ha fatto storcere il naso a più di un fedelissimo.
Fatti i pochi distinguo di cui sopra, ciò che resta è comunque un disco incontrovertibilmente targato Burzum. Ci sono i riff circolari, glaciali e maligni; ci sono i tempi marziali, ansiogeni come un annuncio di imminente bombardamento a tappeto; ci sono i due frammenti ambient di rigore in apertura e chiusura; c'è l'epicità perversa... ogni cosa è al suo posto, come la storia esige.
Ovviamente il black ha già compiuto la propria rivoluzione musicale anni fa e ha detto tutto ciò che era possibile, quindi sarebbe ingiusto aspettarsi stravolgimenti e terremoti da una nuova uscita di questo genere; quello che resta è la possibilità di sfornare bei dischi, coerenti, con guizzi personali e scintille di genio. Esattamente come "Fallen", che è un buon lavoro, a testimonianza della vitalità creativa di un personaggio controverso finché si vuole, ma protagonista di un capitolo fondamentale nella storia del metal estremo.

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