«TERRAFERMA - Max Pezzali» la recensione di Rockol

Max Pezzali - TERRAFERMA - la recensione

Recensione del 23 feb 2011 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Nel 1995 mi sentivo un po’ stupido.
“E avevi ragione!” diranno subito i miei piccoli lettori.
Abbiate pazienza: lasciatemi almeno spiegare. E fare un piccolo passo indietro.
Nel 1992 abitavo con una signora e le sue due figlie, che allora avevano nove e otto anni. E che come le loro coetanee conoscevano a memoria tutte le sigle televisive, in particolare quelle di Cristina D’Avena. Ma già cominciavano - con mio grande fastidio - a voler guardare in televisione, il pomeriggio, “Non è la RAI”. Quell’anno però scoprirono l’esistenza di una canzone intitolata “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”, e pretesero di avere il Cd del gruppo che l’aveva registrata - certi 883. Lo ottennero, e cominciarono ad ascoltarlo compulsivamente, come fanno sempre i bambini a quell’età. Quindi, inevitabilmente, lo sentivo anch’io. Ricordo un paio di titoli, “S’inkazza (Questa casa non è un albergo)” e “Non me la menare”, che secondo me rispecchiavano in pieno la strepitosa furbizia di Claudio Cecchetto, scopritore e produttore della band (che poi era composta da due persone).
“Hanno ucciso l’Uomo Ragno” diventò quello che si dice “un tormentone”; il che mi rese abbastanza invisi gli 883, come spesso mi capita quando una canzone ottiene un successo superiore a quelli che secondo me sono i suoi limiti.
L’anno dopo, venute a conoscenza dell’uscita di un nuovo disco degli 883, le due bambine lo vollero subito. E nei viaggi in macchina casa-scuola e scuola-casa non volevano ascoltare altro che non fosse “Nord Sud Ovest Est”. Fu così che mi accorsi che alcune canzoni di quel secondo album (la title track, con la sua atmosfera “mariachi” fintoallegra e in realtà malinconica; “Sei un mito”, con quel fantastico attacco del testo - “Tappetini nuovi, arbre magique...”; “Rotta per casa di Dio”, storia perfetta di una serata sfigata - “con in mano birra e Camogli / quattro deficienti a fare cazzate come non succedeva da un pacco di tempo”; e l’inattesa “Come mai”, un lento con le stimmate dell’evergreen e un testo imprevedibilmente romantico) erano davvero non male. Anzi, per dirla tutta, erano molto meglio di tante canzoni di quel periodo di cantanti e gruppi assai più considerati dalla stampa musicale.
Con prudenza, cominciai a comunicare questa mia opinione ai colleghi; ne ricavai sberleffi e sghignazzi, o sguardi di compatimento. E lasciai perdere.
Ma nel mio personalissimo cartellino i nomi di Max Pezzali e Mauro Repetto (allora ancora in coppia) erano ben sottolineati.
Passarono due anni, e nel disco seguente degli 883 (le bambine nel frattempo se li erano dimenticati), che feci in modo di farmi mandare, trovai una canzone enorme: “Gli anni”. Qualcuno la conosce, qualcuno se la ricorda? Un commosso e commovente inno alla nostalgia, ai “bei tempi andati”, che benché fossero quelli di Max Pezzali, l’autore del brano (quelli “del grande Real, di ‘Happy days’ e di Ralph Malph”) e non i miei (Pezzali è del 1967, io del 1953) mi sembravano perfettamente sovrapponibili ai miei, almeno nel sentimento e nell’espressione.
E fu così che io, quarantaduenne, divenni un grande e convinto estimatore di Max Pezzali. E cominciai a sentirmi un po’ stupido. Intendiamoci: non che un estimatore di Max Pezzali debba essere considerato uno stupido, anzi; tutt’altro. Ma il fatto è (era) che Max era considerato un personaggio per ragazzini e ragazzine, poco più che adolescenti: e non sembrava che ci fosse ragione valida per la quale potesse piacere a un ultraquarantenne. E l’altro fatto era che Max Pezzali era considerato un esponente del pop commerciale: roba che i miei colleghi di allora (e di oggi, se è per quello) sostengono di schifare.
Sicché, mi sentivo un “diverso”, un alieno, o comunque uno meno colto e meno preparato della media dei giornalisti musicali - e più in generale della media delle persone della mia età. Il che non mi impediva di commuovermi un po’ ogni volta che riascoltavo “Gli anni”; e non mi impediva di dispiacermi che non ci fosse, fra i cantautori o almeno fra gli autori miei coetanei, qualcuno che sapesse raccontare con la stessa efficacia e la stessa sincerità di Max le piccole cose della vita quotidiana, e con un linguaggio colloquiale e disinvolto, non nell’orrendo “canzonettese” che infestava allora, e infesta ancora oggi, i testi delle canzoni italiane.
E insomma ero lì che mi coltivavo la mia passioncella per Pezzali / 883, un po’ vergognandomene (come certi adulti che ancora “fanno l’album delle figu”, cioè raccolgono le figurine Panini dei calciatori), e senza dire a nessuno che trovavo geniale il testo di “La dura legge del gol” (il singolo dell’album omonimo, uscito nel 1997) ed emozionanti il testo e la melodia di “Nessun rimpianto” (“Non ho nessun rimpianto nessun rimorso / soltanto certe volte capita che / appena prima di dormire / mi sembra di sentire / il tuo ricordo che mi bussa / e mi fa male un po'”) quando il mio amico Luca Bernini, che è una testa lucida, mi consigliò (anzi, mi raccomandò caldamente) di leggere un libro intitolato “Canzoni (storie dell’Italia leggera)”. Lo comprai, sulla fiducia, ed ebbi l’epifania. Non solo quel tizio lì, quell’Edmondo Berselli che non sapevo chi fosse, aveva dedicato un’opera (“un’operetta”, diceva lui, con understatement) alla canzonetta italiana; non solo scriveva delle cose fantastiche e completamente condivisibili (“Alcune generazioni sono cresciute e cambiate sentendo sullo sfondo della loro vita certe canzoni. Ancora adesso, disincantati come siamo, sappiamo per istinto che quelle canzoni fanno parte di una memoria che ogni tanto si riaccende, facendo risuonare musica e parole”); non solo il suo libro dedicava capitoli a Mina e Celentano, Shel Shapiro, Vasco Rossi e Claudio Villa, Battisti-Mogol, Battisti-Panella - e, pazzesco!, ‘sto Berselli scriveva che erano meglio i dischi di Battisti-Panella di quelli di Battisti-Mogol, proprio come pensavo io - ma, udite udite, l’ultimo capitolo era interamente dedicato a Max Pezzali. E in quel capitolo Berselli diceva delle cose buone e giuste delle canzoni degli 883; o almeno a me sembravano buone e giuste, forse anche perché erano le stesse cose che pensavo io; però erano espresse con una fantastica proprietà di linguaggio e con una densissima leggerezza di concetti alle quali io non sarò mai capace di avvicinarmi.
E insomma, di colpo non mi sono più sentito solo. Di adulti - Berselli era del 1951 - che apprezzavano Max Pezzali ce n’era almeno un altro, nel mondo.
Quella scoperta mi ha rincuorato. Mi dicevo: se un uomo intelligente e colto come Edmondo Berselli stima e apprezza Max Pezzali, allora posso anch’io permettermi non solo di stimarlo e apprezzarlo, ma anche di dichiarare pubblicamente la mia stima e il mio apprezzamento. Cosa che ho fatto regolarmente, nel decennio successivo, fregandomene finalmente degli sguardi di compatimento (sempre meno numerosi, per la verità) che accoglievano i miei elogi a Max Pezzali.
Adesso sono qui a recensire, per la prima volta per Rockol, un disco di Max Pezzali. E’ il mio momento. E mi sento come un personaggio di una canzone di Max Pezzali. Pronto, entusiasta, ma timoroso di fare una puttanata.
Quindi: prima di tutto, due punti fermi.
Il primo: la questione della metrica e degli accenti “spostati”. A me è sempre piaciuto che Max riuscisse a risolvere il problema delle finali tronche “andando a capo”, ovvero chiudendo frase e concetto nella riga successiva, o addirittura spostando l’accento all’interno di una stessa parole. Non l’ho mai ritenuto un espediente di comodo, ma una scelta stilistica; che si può approvare o no, ma che è una scelta, e nemmeno facile da applicare (sennò non ci si spiegherebbe come mai in vent’anni non l’ha mai applicata qualcun altro, a parte - per quel che ne so io - una fantastica pazza giovanissima cantante romana di nome Giulia Nofri che un giorno o l’altro, vedrete, diventerà famosa, e ricordatevi che sono stato io il primo a dirvelo). Il secondo: per me, Max Pezzali non è da meno dei Pet Shop Boys. E badate che parlo di un gruppo che io adoro, benché in Italia non siano mai stati considerati - come meriterebbero - dei geni. Ed è per questo che m’incazzo sempre quando ascolto i suoi dischi. La voce di Max, pur differente, possiede a mio avviso la stessa qualità malinconica di quella di Neil Tennant; e le melodie che sa scrivere non sono da meno - assolutamente non sono da meno - delle melodie delle canzoni dei Pet Shop Boys. Peccato che - sarà una questione di soldi, sarà una questione di approccio, sarà una questione di diversità fra Italia e Inghilterra - fra la produzione (dirò meglio: fra la realizzazione) di un disco dei Pet Shop Boys e quella di un disco di Max Pezzali ci sia un abisso (a favore della prima, ovvio). L’estate scorsa, il 23 giugno, sono andato a Pavia per l’unico concerto italiano dei Pet Shop Boys (serata fantastica, sia detto per inciso; anche perché non c’era nessun giornalista, dico nessuno, e io non ero lì da giornalista ma da fan). E rientrando e ascoltando un best dei Pet Shop Boys, forse anche perché tornavo da Pavia che di Pezzali è la città natale, pensavo che mi piacerebbe che Max registrasse un Cd di canzoni dei Pet Shop Boys con testi da lui riscritti in italiano.
Invece questo disco, “Terraferma”, l’ho ascoltato in auto tornando da Sanremo - dal Festival, ovvio. Lo stesso Festival al quale Max Pezzali ha partecipato con una buona canzone intitolata “Il mio secondo tempo”, ovviamente qui inclusa. La canzone è stata eliminata alla penultima serata: settima su dodici per il televoto (11.612 voti), decima su dodici per il voto dell’orchestra (che le ha assegnato tre voti: per intenderci, è la stessa orchestra che la stessa sera ha rifilato due soli voti, su 120, a Davide Van De Sfroos, ma ne ha dati 19 ad Al Bano - tanti quanti ai La Crus. Mi piacerebbe conoscerli, questi tizi dell’orchestra. E chiedere loro come gli è venuto in mente, per esempio, di dare quella stessa sera 26 voti su 88 alla canzone di Micaela. Chissà cos’avevano fumato, intendo), era ex aequo con le canzoni di Barbarossa, Giusy Ferreri, Luca Madonia e Tricarico; siccome, da cervellotico regolamento, “in caso di ex-aequo tra due ‘canzoni-artisti’ si farà riferimento alla ‘graduatoria’ votata dalla giuria demoscopica la Prima Serata”, Pezzali che era settimo e Tricarico che era nono sono stati eliminati. L’ho ascoltato due volte, “Terraferma”, e fra il primo e il secondo ascolto mi sono fermato in autogrill per leggere i testi delle canzoni. Adesso, mentre ne scrivo, lo sto ascoltando per la terza volta, stavolta in cuffia. In cuffia i suoni sono meglio che dall’autoradio, ma non credo che questo sia un bene; sarebbe meglio se fosse il contrario.
Qual è, secondo me, la canzone migliore del disco? Mmmhh. Direi che la mia preferita è “Sto bene qui”: un brano molto semplice e molto suggestivo, un po’ - ah, ha! - Pet Shop Boys, ma che a me ricorda un bel disco degli ultimi anni ingiustamente sottovalutato, “Mondovisione” dei Righeira. Una storia di solitudine da Facebook, raccontata con delicata (auto)compassione.
Mi è piaciuta anche “Quello che comunemente noi chiamiamo amore”; anche qui ricorre il tema dell’essere soli (“universi separati con le cuffie nelle orecchie / persi in una collettiva solitudine”) e l’atmosfera è sospesa, elettronica - verso il finale c’è un rap che mi suona inutile, un po’ appiccicato; e in inglese, poi: perché? Questi due pezzi sono stati realizzati e arrangiati da Roberto Vernetti; come il brano che intitola il disco (certamente quello più “sentito” dall’autore, ma forse proprio per questo un poco formale, un poco trattenuto, e nel complesso secondo me meno riuscito). Per chiudere con i pezzi realizzati da Vernetti, spiace dire che “Fiesta Baby”, che chiude l’album, è debole debole, sia concettualmente sia musicalmente; un finale poco felice.
“A posto domattina” ha un testo pazzesco. O più precisamente, le strofe hanno un testo pazzesco. Come un articolo di giornale, come un’inchiesta sociologica, sono la descrizione spietata di una vita in cui è diventato “normale non avere più niente da perdere”. Due esempi: “convincersi di essere liberi dopo tre o quattro Cuba e una puntata in bagno”, e l’icastico, ciceroniano “donne impossibili / sculture di protesi”. Ma questo testo pazzesco non è purtroppo supportato da una musica altrettanto pazzesca.
Analogamente, “Il tempo vola” (costruita su una citazione esplicita, quasi un campionamento, dei Devo) è l’affettuoso, solidale ritratto di una donna non più giovane che forse aspetta - o forse no - una storia vera. Momenti alti del testo: “e tu sei sola su un’altra Porsche Carrera”, “un bel seno / che non direbbe nessuno che è il più bel regalo che ti sei fatta a Natale, il tuo giubbotto antiproiettile personale”. Molto bello l’intento, empatico lo svolgimento lirico: quel che proprio non capisco (voglia di sdrammatizzare? o di innescare contrasti?) è perché un testo così stia su una musica, appunto, alla Devo, saltellante e buffa, e non su una larga melodia cantabile che avrebbe potuto far diventare questo pezzo un evergreen. Sono indeciso su “Ogni estate c’è”. Il tema è tipicamente Pezzali: ricordi innescati da un profumo, da un colore, da una canzone. Ma la narrazione fluisce poco sciolta, piuttosto meccanica, ripercorrendo schemi già utilizzati in altre canzoni. E il ritornello mi pare non memorabile.
Anche “Credi”, il brano di apertura, è maxpezzalismo allo stato puro: dialoghi fra “loro” (i genitori, i professori, “quelli che ci sono già passati”, e un protagonista che s’interroga su quale sia il suo problema, quello che gli fa perdere “un secondo al giro”. E’ tipicissima anche la costruzione musicale, ed è questa forse la causa di un che di - non spiacevole - déjà vu che la canzone si porta dietro. Ma c’è, anche qui, una frase da scolpire nel bronzo: “il latte versato non è sprecato, ed il peccato è solo piangerne”. “Quasi felice”, ultimo dei cinque pezzi realizzati e arrangiati da Paolo Maggioni e Pier Paolo Peroni, elabora un concetto originale: l’incompiutezza della vita di chi abita in pianura, dove tutto è piatto e ordinato. E l’attacco è vincente: “Questo cielo... non è mai blu veramente”. Però il testo non riesce a trovare soluzioni davvero sorprendenti, e si contorce un poco su se stesso, mentre la musica l’accompagna con un andamento quasi alla Zucchero - ma senza la solennità di cui è capace Zucchero.
“Tu come il sole (risorgi ogni giorno)” - l’altro brano dell’album realizzato e arrangiato da Claudio Guidetti - sembra una canzone d’amore di Jovanotti, nel bene e nel male, cioè nella semplicità lessicale che rischia di diventare banalità (“Tu come il sole risorgi ogni giorno / io guardo il cielo ed aspetto il ritorno / di te che illumini completamente / la mia vita e la rendi immensa e importante”). E infatti vien da pensare che lì ci sarebbe stato bene un duetto con Lorenzo: ma forse sarebbe stata una scelta troppo ovvia o prevedibile (i due hanno già collaborato dieci anni fa in “Cloro”, uno dei brani di “Uno in +”).
E così le canzoni son finite, e resta, come da copione, da tirare le somme (a proposito di copione: andate a guardarvi il >video di “il mio secondo tempo”, firmato dai Manetti Bros., molto divertente. “Terraferma” non è il miglior disco di Max Pezzali, no, d’accordo. Ma è, credo, quello dal quale Max può davvero partire per una strada nuova, per il suo “secondo tempo”, magari abbandonando, fin dal prossimo lavoro, con coraggio e un po’ di incoscienza, le sicurezze con le quali si è finora sempre protetto (il team di lavoro consolidato, per esempio). Mettendosi in gioco, rinunciando ai suoi confortanti luoghi del cuore, a “cose e persone” che gli succhiano via “anche soltanto un grammo di energia”, magari anche cercandosi un collaboratore/partner per le musiche, e però continuando a crescere, cioè continuando a scrivere e a cantare la vita di un quarantaquattrenne, marito e padre, alle prese con la quotidiana guerra con la quotidianità. Non ho sbagliato citazione: intendo proprio dire quello che ho scritto. La quotidiana guerra con la quotidianità, la routine, quella che ha ucciso di stanchezza e di noia tanti matrimoni, tanti rapporti di lavoro, tanti entusiasmi. Tutti cercano il nuovo Giorgio Gaber, molti si candidano presuntuosamente ad esserlo: io, qui ed ora, soprattutto alla luce di “Sto bene qui” e “A posto domattina”, propongo Max Pezzali.

PS: Prima di scrivere questa recensione sono andato in libreria a ricomprare “Canzoni (Storie dell’Italia leggera)” di Edmondo Berselli. Non trovavo in ufficio la mia copia, e volevo risfogliarlo. Ne ho comprato una ristampa, arricchita da una postfazione scritta nel 2007. E volete sapere cosa dice Berselli nella postfazione? “Ancora adesso sono disposto a sostenere in pubblico che (Max Pezzali) non solo è un bravissimo sociologo naturale, un perlustratore intelligente della provincia profonda, ma è anche il più bravo autore di testi di canzoni che ci sia in questo povero momento. Quello che riesce a incastonare le sillabe nei versi, dentro la scansione della musica, con una precisione mirabile, acrobatica ma esigente ed esatta”. Diavolo d’un Edmondo, ci arrivava sempre prima lui...
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