«HERMANN - Paolo Benvegnù» la recensione di Rockol

Paolo Benvegnù - HERMANN - la recensione

Recensione del 22 feb 2011 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Paolo Benvegnù non è mai stato un tipo “semplice”, almeno all'apparenza. I suoi due dischi ufficiali da solista (“Piccoli fragilissimi film” del 2004 e “Le labbra” del 2008), pubblicati dopo l'esperienza con gli Scisma, furono album molto densi: di parole, di musica e, quasi a giudizio universale, di bellezza. Lavori che hanno consacrato il cantautore gardesano (toscano d'adozione) come uno dei nomi di punta della scena musicale italiana (purtroppo solo indipendente). Ma quando un personaggio come Mina re-interpreta un tuo brano (“Io e te” in “Caramella” del 2010) vuol dire che qualcosa di buono lo hai davvero fatto. Nei concerti, invece, i Paolo Benvegnù (ovvero la band completata da Luca Baldini, Gugliemo Ridolfo Galliano, Andrea Franchi e Michele Pazzaglia) mettono spesso in mostra, oltre alla grande bravura tecnica, il loro lato più rock e più “leggero”, con continue battute e storie umoristiche. Proprio conoscendo i “personaggi” viene da pensare che la leggenda a cui si rifarebbe questo disco sia inventata di sana pianta. “Hermann” sarebbe infatti ispirato ad un omonimo manoscritto ad opera di tal Fulgenzio Innocenzi, ingegnere meccanico di Lucignano (Siena), noto per i suoi studi sulla scrittura ottica e sulla meccanica di precisione, che scrisse il suo unico romanzo prima di scomparire misteriosamente incrociando a bordo di una baleniera al largo delle coste giapponesi intorno al 1970. Com'è, come (più probabilmente) non è, “Hermann” è indubbiamente il disco più difficile da assimilare di Paolo Benvegnù. Necessita di numerosi e attenti ascolti per essere compreso ed apprezzato a dovere, più di quanto avvenuto con i precedenti lavori che, pur presentandosi densi e molto introspettivi, risultavano essere più omogenei. L'ultimo arrivato punta per la prima volta lo sguardo all'esterno, al mondo (presente, passato e futuro), con riferimenti letterari (Melville, Sartre, Miller) e mitologici (Narciso, Mosè, Perseo ed Andromeda, Ulisse). Un disco anche musicalmente più variegato. E così nell'iniziale “Il pianeta perfetto” troviamo la delicatezza acustica di chitarre, violini e parole morbide come “Aspettami lungo la ferrovia, mi troverai a parlare di fiori con la polizia/adesso fidati, fidati di me”, mentre già nella successiva “Moses” i ritmi si fanno più veloci, entrano le chitarre elettriche, così come parole più taglienti (“davanti ai cieli immensi che non puoi desiderare infliggi le tue regole/distruggere per conquistare”). Sulla stessa scia l'ottima “Love is talking”, con ritornello in inglese e strofe dure (“ma poi finirono le terre ed inventammo Dio, lo trafiggemmo all'alba l'ultima volta che provò a sorridere”), mentre i ritmi si fanno più lenti e tornano a farsi largo gli archi nella malinconica “Avanzante, ascoltate”. E' di grandissimo spessore il trittico “Io ho visto”, “Andromeda Maria” e “Achab in New York”: la prima è inizialmente folk, poi lacerata da violini scuri e crudi, infine raccolta da terra e lanciata in aria con chitarre rock (“ho bestemmiato Iddio perchè non si fa mai vedere e ho perso falangi nei combattimenti e nelle fabbriche”); la seconda, scelta anche come primo singolo, è uno dei brani più “pop”, caratterizzato da un azzeccatissimo saliscendi di archi; il terzo è uno degli episodi più delicati mai composti dal Nostro, con violini, fiati, piano e chitarra tutti al servizio della voce di Paolo (“e l'avete fatta pagare [...] al mio maestro elementare che mi parlava delle stelle e del rispetto per chi giudica e dell'amore per chi non ha niente”). I tre episodi seguenti tirano invece un po' il fiato (o forse sono semplicemente i più inusuali, quindi difficili da assimilare), pur rimanendo a livelli più che accettabili: c'è il funk-pop di “Sartre Monstre”, il pop-rock di “Good morning Mr. Monroe” e una “Date fuoco” che ricorda come ritmi e testo, soprattutto nel ritornello, il miglior Max Gazzé. Ci si avvia verso la fine con un altro pezzo delicato e pop come la storia d'amore tormentata tra “Johnnie and Jane”; il mare da verticale diventa “bellissimo” nella penultima traccia con sei minuti prog-rock (“un viaggio senza destinazione significa destinazione”) conclusi da un coinvolgente finale strumentale. Chiude “L'invasore”, ballata per chitarra scritta e (probabilmente) cantata da Andrea Franchi. Insomma, “Hermann” è un altro bellissimo disco, anche se meno digeribile rispetto ai precedenti capitoli, e conferma Paolo come uno dei migliori autori della musica d'autore italiana: Benvegnù ci obbliga ancora una volta a “distinguere il tempo perso da quello vissuto”, ci costringe all'ascolto vero, come si faceva in quell'epoca non lontana in cui si aveva tempo per “sentire” davvero i dischi.

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