«UP UP UP UP UP UP - Ani DiFranco» la recensione di Rockol

Ani DiFranco - UP UP UP UP UP UP - la recensione

Recensione del 19 gen 1999

La recensione

Non le fa difetto l'ecletticità, alla super attiva Ani DiFranco, ‘enfant prodige’ della nuova scena alternative folk americana.
Il suo ultimo album, assai riuscito, "Little plastic castle", era ancora nelle nostre orecchie che già eccoci al capitolo successivo, l'undicesimo della sua breve carriera cominciata nel 1990.
Come "Little plastic castle" era fresco, spumeggiante, a tratti addirittura solare, intriso di suoni folkie arricchiti di fiati e di ritmiche vibranti, questo nuovo "Up up up up up up" (scritto sei volte, forse per distinguersi in quella che sembra diventata, dopo i R.E.M. e in attesa di Peter Gabriel, una vera mania del mondo rock) è involuto, a tratti spigoloso e a tratti spiritualmente meditativo.
Ani è oggi forse l'artista americana più capace di raccontare e di raccontarsi, incarnando perfettamente la rabbia, la confusione, la voglia di cambiare dei giovani americani di fine millennio, che non a caso l'hanno eletta, numerosi, propria paladina. I testi, anche questa volta liricamente ricchi, vibrano dalla denuncia delle storture della società americana (disoccupazione, inganni del governo, strapotere della televisione) a disarmanti confessioni di vulnerabilità, raccontando di amori, ricomposizione di antiche ferite tra figli e genitori e infine speranza.
L'iniziale "'Tis of thee" è assai bella, ricca di una raffinata melodia e di un soffuso accompagnamento alla chitarra acustica che la rende una perfetta incarnazione della melodia folk per il nuovo millennio. La successiva "Virtue", con quella ritmica apparentemente sgangherata in primo piano, rumori che aleggiano in sottofondo e la linea melodica intricata, ricorda maggiormente certi esperimenti fatti già in precedenza dalla piccola Ani, un procedere per accumulamento sonoro piuttosto che per sottrazione, creando quella sua tipica atmosfera caotica.
"Come away from it" riprende certe antiche melodie di stampo prettamente tradizionale, ma l'interpretazione vocale sofferente, dai toni black e le spettrali tastiere, sembrano suggerire che Ani debba aver ascoltato con attenzione le pagine più oscure di Nick Cave, almeno recentemente.
"Jukebox" è un nuovo assalto ritmico, dove fa capolino anche una chitarra elettrica, con la voce filtrata, quasi fastidiosa all'ascolto, a suggerire un intimo turbamento.
"Angel food" si gioca ancora con giochi elettronici di voci, due ben separate che si rincorrono da una cassa all'altra dello stereo, mentre keyboards saltellanti e la solita chitarra acustica della cantante dettano il ritmo: le voci si interrompono, si sovrappongono, si odono risate che si inseguono.
"Angry anymore" parte addirittura con un banjo e una fisarmonica: finalmente uno sprazzo di luce, la melodia accattivante (e dolce allo stesso tempo) ne fa il primo momento di ascolto puro, in cui Ani dimostra tutta la sua autorevolezza di erede della grande tradizione di songwriting americano per un brano che ne rinnova i fasti antichi.
La title track è ancora un esperimento a tratti noisy, a tratti dall'andamento ipnotico, circolare ma che rivela una ricchezza melodica affascinante. "Know now then" è una sorta di reggae disarmonico, costruito su un ritmo incalzante, disturbante.
"Hat shaped hat" è quasi funk, quasi hip-hop, una lunga jam che supera i dieci minuti di durata: dimostra tutta l'apertura musicale dell'artista e la sua performance vocale raggiunge livelli elevatissimi.
In conclusione un disco difficile, ma che allo stesso tempo costringe all'ascolto, inchiodati da quella voce così personale e così ricca di piccole verità, così lontana da ogni trend del momento ma così vicina alla vita vera. Ani DiFranco è capace di assimilare i suoni della vita che ci circonda e a tradurli in musica come pochi suoi colleghi oggi riescono a fare.
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