«SHOWROOM OF COMPASSION - Cake» la recensione di Rockol

Cake - SHOWROOM OF COMPASSION - la recensione

Recensione del 10 gen 2011

La recensione

Strani tipi, i Cake. Gente capace di piazzare svariati singoli in cima alle classifiche americane, ma senza rinunciare nemmeno un po' alla propria incorreggibile attitudine "freak". Non è semplice etichettare la loro musica: li potremmo definire indie, funk rock o country a seconda dei casi. Ma questo non basterebbe a spiegare la particolarità del loro suono, che si basa essenzialmente su tre punti fermi: la voce del leader John McCrea, spesso in bilico tra cantato e parlato, il basso pulsante di Gabe Nelson e la tromba di Vince DiFiore. E ovviamente ci sono le canzoni: semplici ma efficaci, sempre in bilico tra surrealismo e ironia e spesso costruite su abili giochi di parole e polemiche politiche. Tutti elementi che ritroviamo puntuali in questa nuova fatica della band di Sacramento, "Showroom of compassion", che giunge a ben sette anni di distanza dal precedente "Pressure chief".
Dopo tutto questo tempo e i proclami di rito da parte della band, ci si poteva aspettare qualche sorpresa. Invece conviene chiarirlo subito: non c'è niente di nuovo sotto il sole. John McCrea sa che la formula dei Cake è piuttosto affidabile e non ha di certo stravolto il suono del gruppo, anzi. Fin dalla bella apertura con "Federal funding", tagliente invettiva contro i politici americani che spendono soldi in tutti i modi pur di ingraziarsi gli elettori, questo disco suona esattamente come ci si aspetta. Rispetto al passato, forse la chitarra elettrica (al momento affidata a Xan McCurdy) è più sugli scudi, con riff minimali ma stavolta anche con un massiccio uso del riverbero, che dà alle canzoni del gruppo un suono più pieno e pastoso. Anche la seconda traccia "Long Time", dove le trombe la fanno da padrone, in realtà non è affatto male. Ma già dalle successive "Got to move" e "What's now is now" si percepisce una stanchezza latente, soprattutto dal punto di vista compositivo, che stenta a far decollare l'album.
"Showroom of compassion" insomma non ha la forza dei dischi precedenti, pur conservandone lo spirito. Anche i testi risultano meno felici, se si pensa a piccole gemme del passato come "Frank Sinatra", "Perhaps, perhaps, perhaps" o la spassosa cover di "I will survive" di Gloria Gaynor. "Easy to crash" ad esempio, che inizia con un promettente riff di sintetizzatore, a conti fatti non sembra arrivare da nessuna parte. Riescono a far meglio la strumentale "Teenage pregnancy", guidata da un pianoforte malinconico e da tastierine midi dal sapore inquietante, e l'ottima "Sick of you", numero rock in pieno stile Talking Heads non a caso scelto come singolo di lancio. Bello in questo caso anche il testo, un vero e proprio sfogo anarcoide, "Una canzone sull'odio verso le cose che ci circondano", come l'ha definita lo stesso John McCrea.
I Cake provano anche a variare il registro, a tratti. "The winter" ad esempio rimanda alla psichedelia dei Beatles di fine carriera. La finale "Italian guy" invece, che prende bellamente in giro la nostra tipica mimica tutta mosse e ondeggiamenti, è suo malgrado il simbolo dell'intero "Showroom of compassion": ci sono buoni spunti, in particolare nell'arrangiamento con tanto di archi e batteria da marcetta, ma il pezzo in fin dei conti è inconcludente. Forse ai Cake non sono bastati sette anni per recuperare la freschezza di un tempo, o forse semplicemente l'hanno proprio persa.



(Giovanni Ansaldo)
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