«7 SINNERS - Helloween» la recensione di Rockol

Helloween - 7 SINNERS - la recensione

Recensione del 09 dic 2010 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Buonasera, mi chiamo Andrea e sono un ex tossicodipendente da Helloween.
Questo significa che a metà anni Ottanta ho comprato il loro mini-LP appena uscito e poi mi sono religiosamente imparato a memoria riff e testi dei primi tre album, andandoli a vedere dal vivo un paio di volte (conservo ancora un brandello di pallone a forma di zucca che Michael Kiske lanciò sul pubblico, a Milano, all'allora Palatrussardi). Poi qualcosa mutò e gli Helloween virarono sempre più lontano dallo speed affilato e melodico degli esordi, per spingere sul power metal - genere che li annovera tra i fondatori; così, progressivamente, il mio entusiasmo si raffreddò. Non ero più un fan disposto a tutto, pur comprando regolarmente le loro uscite, a ritmo più o meno di una ogni due anni.
Poi a seguito dell'oggettivamente traballante operazione targata "Unarmed" dello scorso anno, la mia fiducia nella coppia Weikath/Grosskopf era davvero ridotta al lumicino. Invece, per tutti i diavoli dell'inferno metallico, questo "7 sinners" richiede un tempestivo riaggiustamento della scala dei valori. Già, perché la band ha sfornato un bel disco di power metal (genere in sé piuttosto compiaciuto di una certa immobilità e autoreferenzialità) con forti tocchi personali e sonorità, per quanto consentito, moderne.
È un album che già al secondo ascolto si rivela ricco di appigli memorabili (per intenderci, quelle parti che ci si ritrova a canticchiare o si seguono nella mente perché si sa dove andranno a parare), ma anche sorprendente e bizzarro - oltre a sfoggiare il virtuosismo di rigore per ogni metal band degna di tale nome. In particolare un episodio è emblematico della rinnovata linfa degli Helloween, ovvero "If a mountain could talk", mezza suite da 6':42'' in cui il quintetto sale in cattedra per una lezione di power metal contemporaneo articolato e intelligente.
Se qualcuno non dovesse essere del tutto convinto, ascolti anche "Who is mr Madman", che unisce l'anima più classica degli Helloween (quella speed, con melodie quasi da cartoon) a un piglio muscolare, che ibrida classic e power metal, con una spruzzata di rock adamantino. E subito dopo "Raise the noise" che gioca una carta raffinata ai confini del prog, con un inserto flautistico alla Jethro Tull.
Certo, il fan più duro che alberga ancora in me (quello che comprò anche alcuni orridi e costosissimi bootleg in vinile della band, quasi un quarto di secolo fa) scuote il capo e sussurra: "Dopo i due 'Keeper of the seven keys' questi avrebbero dovuto chiudere bottega". Eppure, accantonando il reame del gusto personale, gli Helloween edizione anno Domini 2010 meritano tonnellate di rispetto tanto per la carriera, quanto per avere confezionato un disco molto più che onesto, godibile e - a tratti - geniale.
Non un capolavoro, quindi, ma di sicuro un disco che dovrebbe figurare in una ipotetica Hall of Fame del metallo prodotto e suonato nell'anno 2010 - e che riabilita all'istante una band fino a poco tempo fa a rischio di declassamento.

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