«HOLD ON TIGHT - Solomon Burke» la recensione di Rockol

Solomon Burke - HOLD ON TIGHT - la recensione

Recensione del 08 nov 2010

La recensione

“Solomon affrontava ogni canzone come un leone che scalpita davanti a un clown da circo”. Così Joe Henry, produttore otto anni fa del bellissimo “Dont’ give up on me”, ricorda sul mensile inglese Mojo i suoi brevi ma intensi giorni a fianco di Solomon Burke , il re del soul morto per cause naturali su un aereo appena atterrato all’aeroporto di Amsterdam, lo scorso 10 ottobre , alla vigilia di un concerto in programma al club Paradiso (ironia involontaria…) con il gruppo dei De Dijk. Sconosciuti dalle nostre parti ma un’istituzione in patria, stelle del Nederpop capitanate da un frontman carismatico, Huub van der Lubbe, che vanta credenziali di tutto rispetto anche nelle vesti di attore e di poeta. Burke, che nella vita ne ha viste di tutti i colori, deve avere scorto in loro una luce speciale, se in occasione di un festival olandese, tre anni fa, insistette per raggiungerli sul palco proponendogli una futura collaborazione discografica. “Hold on tight”, che esce nei negozi il 16 novembre, è il frutto di quell’improvviso colpo di fulmine, interamente composto da canzoni firmate dagli “orange” e tradotte in lingua inglese per la voce del grande soul man. Aveva ragione, Solomon, a manifestare tanto entusiasmo per i suoi nuovi amici olandesi? Sì e no, verrebbe da dire. Perché van der Lubbe e compagni, quasi trent’anni di carriera alle spalle, si dimostrano un gruppo competente e versatile, musicalmente poliglotta e in possesso di tutti i fondamentali richiesti. D’altra parte, il repertorio assemblato per l’occasione non fa gridare al miracolo ed “Hold on tight” è un disco fin troppo educato, che non alza mai la voce o la testa. Non ha alle spalle, insomma, un’idea forte, originale e “trasgressiva” come quella che stava alla base dell’album prodotto da Henry all’inizio del decennio: convincere Solomon ad abbandonare per un attimo il suo trono, la sua corona e il suo mantello (immancabili paramenti dei suoi show dal vivo, sempre un po’ kitsch e sopra le righe) e costringerlo a concentrarsi solo sull’interpretazione nuda e cruda delle canzoni, scritte per lui o regalategli da colossi come Bob Dylan, Tom Waits, Van Morrison, Elvis Costello e altri ancora (qualcosa di simile, ma con risultati inferiori, avvenne qualche anno dopo con “Like a fire”). Ci fu da lottare, ricorda Henry nel suo pezzo commemorativo per Mojo, e spesso Solomon si ritrovò a ruggire come un leone in gabbia: abituato a piegare il corso degli eventi a suo piacimento, mostrava insofferenza nei riguardi di testi e arrangiamenti musicali che lo mettevano spesso a disagio e in posizione scomoda (di qui le scintille e le tensioni creative che animarono quelle registrazioni). Quel tipo di conflitto “costruttivo” dev’essere mancato nella dialettica con il gruppo olandese, forse un po’ succube di fronte al Mito e troppo preoccupato di creare intorno a Burke un ambiente confortevole. Cosicché quando parte la title track, una ballata soul robusta e ben piantata con organo, fiati, sezione ritmica e chitarra elettrica al posto giusto, si immagina subito che “Hold on tight” sarà un disco affidabile e scorrevole, piacevole ma senza sorprese: non fosse che nel finale del pezzo il Gigante fa vibrare l’ugola da par suo scaldando subito l’ambiente. Sono certi brani più uptempo e ritmati, piuttosto, a costeggiare ripetutamente la routine: l’impetuosa “What a woman”, piano boogie e atmosfera un po’ caciarona, ricorda i Blues Brothers che tanto del loro successo devono alla sua “Everybody needs somebody”; e “I gotta be with you”, coretti femminili e accelerazioni conclusive all included, è più un pezzo da showman che da soulman (Burke, nella sua vita e nella sua carriera, è stato – inscindibilmente – entrambe le cose). C’è molto blues, suonato come Dio comanda (Amsterdam non è Muscle Shoals o Memphis, ma si difende bene): quello di “No one” è una delle highlights del disco, grazie alla Voce, ai begli assoli di chitarra elettrica e agli stacchi fiatistici del finale; quello di “Seventh heaven” è più melodrammatico e ibridato con atmosfere musicali europee. Con la musica bianca, e con il country americano in particolare, Solomon ha sempre flirtato, e il “Nashville” di quattro anni fa è ancora fresco nella memoria (uno degli episodi più coloriti della sua straordinaria biografia riguarda quella volta in cui membri del Ku Klux Klan, ignari del colore della sua pelle, lo invitarono a cantare in un raduno della setta razzista…): il mandolino di “More beauty”, con un saltellante ritmo che ricorda un po’ i Dire Straits, non è dunque un’eresia nel canone burkiano. E neppure il bel folk di “My rose saved from the street”, aperto da una calda chitarra acustica, colorato da una bella fisarmonica e corredato da un messaggio di riscatto e redenzione che al Vescovo del Soul, ministro del culto oltre che della black music, calza come un guanto fabbricato su misura. I De Dijk, lo si sarà capito, sanno suonare di tutto un po’: c’è un pizzico di reggae (“The bend”) e un po’ di latin soul, con quel fraseggio di pianoforte che in “Good for nothing” rievoca i tempi d’oro di Pomus-Shuman, dei Drifters o, più recentemente, di Willy DeVille . E una tipica atmosfera da soul “transatlantico”: in “Don’t despair”, un altro incitamento alla fede e alla speranza, la scatenata sezione fiati sembra essere in libera uscita dalla Preservation Hall di New Orleans; in “Perfect song”, il brano conclusivo, pianoforte e chitarra spagnoleggiante spostano nuovamente l’asse verso l’Europa. Sicuramente casuale, ma toccante, che a sigillare il disco e il percorso artistico di Burke sia un pezzo così sommesso, pensoso, malinconico. Un’uscita di scena in punta di piedi, un decoroso epitaffio a caratteri minuscoli (com’è, tutto sommato, l’intero “Hold on tight”), per un uomo e un artista “larger than life”, vissuto con impeto e personalità travolgente.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Hold on tight
03. What a woman
04. No one
06. I gotta be with you
07. Seventh heaven
08. Good for nothing
09. Text me
10. Don’t despair
11. The bend
12. Perfect song
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