«PLASTIC ONO BAND - John Lennon» la recensione di Rockol

John Lennon - PLASTIC ONO BAND - la recensione

Recensione del 09 ott 2010 a cura di Massimo Cotto

La recensione

“I was the Walrus, but now I’m John”. Se decidessimo di prendere il tricheco per le corna e di riassumere in un solo verso questo album leggendario, non ci sarebbero dubbi. Il passaggio di “God” è illuminante: niente sarà più come prima, non è più tempo di magical mystery tour nell’abbagliante mondo del pop. Finite le mediazioni con Paul (colpevole anche, a dir di Lennon, dell’offesa somma di aver annunciato ai quattro venti la fine dei Beatles quando erano state concordate diverse modalità), finite le canzoni che parlano di altri e di altro. Per questo “John Lennon/Plastic Ono Band” non è solo un disco, non è soltanto l’esordio di Lennon come solista (e la giapponese come alter ego). “John Lennon/Plastic Ono Band” è, fin dal titolo, il lavoro in cui l’ex-Beatle si riappropria di se stesso (umanamente prima ancora che come musicista), l’album in cui va alla ricerca di quello che è successo nel passato per capire meglio chi è oggi e cosa gli potrà accadere domani. Un disco che è conseguenza di una lunga terapia con Arthur Yanov, l’inventore della “primal therapy” e della necessità di tirare fuori il “primal scream”, l’urlo primigenio: in pratica, regredire al momento della nascita per vivere decentemente la condizione da adulto. Strano tipo, Yanov, ma molto in voga presso le rockstar, se pensiamo che anche i Primal Screamprenderanno il nome dalle sue teorie.
John Lennon torna all’infanzia e alla morte della madre (quando lui aveva diciott’anni, investita da un’automobile), alla fuga del padre e alla serenità negata, al senso irrisolto di una vita che è tutta luce in superficie ma non scalda, come fosse un camino spento, peggio: finto, uno di quegli oggetti terribili che si vendono nei negozi di high tech. Quello che emerge dagli abissi non è solo un canto dolente: è rabbia disperata che entra sotto pelle e corrode la musica, la sporca, la segna con metaforico sangue. Lennon urla come un Howlin’ Wolf in senso inverso: non per spaventare gli altri, ma per svegliare se stesso, dopo anni di sogni e polluzioni notturne. È l’invocazione disperata agli assenti: “Mama don’t go, daddy come home”, lacerante e terrificante ancor più delle campane a morto che rintoccano nell’incipit di “Mother”. Lennon canta come non ci fosse futuro e come se il passato recente (quello di isterie collettive che avevano reso i Beatles “più famosi di Gesù”) non ci fosse mai stato.
Sì, “John Lennon/Plastic Ono Band” è un gran disco anche musicalmente parlando. Grezzo e rock (“I found out”, “Remember”), ma anche deliziosamente folk in alcuni estemporanei passaggi, destrutturato e avvinghiato attorno a piano e chitarra. Ben prodotto (Phil Spector mette la firma, ma fece quasi tutto John che arrivò al punto di mettere un’inserzione su un giornale che diceva: “Ehi, Phil, hai voglia di passare da noi e vedere quello che abbiamo fatto?”), ben suonato (con Billy Preston al piano in “God” e Ringo alla batteria) e con canzoni stratosferiche (“Working class hero” su tutte) e vibranti. Ma non basta, non è qui il sole. È nel valore globale, nel suo essere dichiaratamente carta d’identità valida per l’espatrio e passaporto per un accenno di tranquillità. In tutti i brani John canta il Lennon che è (insicuro e malinconico) o il Lennon che vorrebbe essere (eroe della classe lavoratrice, non delle signore ingioiellate). E lo canta da Dio, quello stesso in cui non crede: come scrisse Greil Marcus, “il canto di Lennon nell’ultimo verso di ‘God’ è probabilmente il migliore di tutta la storia del rock”.
Se non ci fosse stato l’iperrealismo di “John Lennon/Plastic Ono Band” non sarebbe mai arrivata l’utopia di “Imagine”, che fu il passo successivo. Lennon ha avuto bisogno di distruggere il mondo che era stato costruito attorno a lui per poi sognare un mondo nuovo attorno a tutti.

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