«INTERPOL - Interpol» la recensione di Rockol

Interpol - INTERPOL - la recensione

Recensione del 07 set 2010 a cura di Rossella Romano

La recensione

Un flashback lungo dieci canzoni, questo nuovo album degli Interpol. Sin dai primi brani si percepisce la voglia di tornare alle origini, alla new wave stile Joy Division e alle atmosfere cupe, che più cupe non si può. Correva l'anno 1998 quando Paul Banks, Daniel Kessler, Sam Fogarino e Carlos Dengler (che li ha lasciati per seguire i propri progretti personali) hanno creato gli Interpol, suscitando da subito uno spiccato interesse nei nostalgici di Ian Curtis e del filone da lui generato.
Ne è passato di tempo dal primo "Turn on the bright lights", ma sembra che questi otto anni, che hanno compreso anche il non troppo riuscito "Our love to admire", si siano cristallizzati, e pare proprio che gli Interpol siano ripartiti da quel 2002. Il nuovo lavoro dell'ormai trio, intitolato senplicemente "Interpol", scelta che, a detta di Kessler, sta a significare la vera essenza dell'album in totale coesione con l'anima vera della band, ha un sapore fortemente orchestrale. Lasciate da parte le sonorità elettroniche e ritrovato il gusto per la musica "suonata", il disco si apre con i brani "Success" e "Memory serves", nelle quali l'intro di chitarra è davvero poderosa e la voce di Banks decora armonie davvero scure, al limite del nero più profondo. L'introspezione e il viaggio negli stati d'animo continuano con il ritmo incalzante di "Summer well", in cui viene descritta la malinconia di un'estate passata e di come ci si potesse sentire vivi anche solo per un'istante. I singoli "Lights" e "Barricade", il primo dal sapore più romantico, il secondo davvero disilluso, sono le perle di questo quarto lavoro degli Interpol, assieme ad "Always malaise (The man i am)", che riesce a descrivere davvero in modo esaustivo il malessere costante che un uomo può provare quando i cambiamenti sono troppo irruenti e, guardandosi indietro, sembra che la strada compiuta sia solo una goccia d'acqua in mezzo all'oceano. Arrivano successivamente "Safe without", dove la batteria è sovrana, e "Try it on", con una intro di piano davvero inaspettata. Sembra davvero che i ragazzi della City abbiano voluto riscoprire le proprie radici e, anche senza Carlos (ma con l'aiuto di David Pejo, nuovo bassista che li segue principalmente dal vivo) ci siano riusciti. Chiudono l'album la schitarratissima "All of the ways" e "The undoing", una sorta di monito personale a ciò che non si è fatto ma si sarebbe potuto fare, o meglio che si potrà fare, dato che di tempo a disposizione ce n'è e anche parecchio. Gli Interpol hanno (ri)trovato la loro giusta dimensione, personale ed artistica, accantonando lo sperimentalismo elettronico che non fa per loro. Ed è proprio vero che le cose più semplici sono sempre le più apprezzate, ed in questo caso, le più riuscite.

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