«THE BOXER - Kele Okereke» la recensione di Rockol

Kele Okereke - THE BOXER - la recensione

Recensione del 24 giu 2010 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Sono girate parecchie voci prima della pubblicazione di “The boxer”, album d’esordio come solista di Kele Okereke, leader dei più noti come Bloc Party. C’è chi ci ha letto la fine della band londinese, fine prima smentita e poi messa in ghiaccio con il più classico dei “chissà, staremo a vedere quello che riserva il futuro”. Manco fossimo in pieno calcio mercato: “Adesso sto bene in questa squadra ma se dovessero arrivare offerte…” che tradotto poi vuol dire “mi sono già venduto ma mica ve lo vengo a dire, eh”. Kele Okereke cos’ha fatto? Ha mollato la squadra per fare fortuna altrove o invece aveva talmente tante cose da dire che l’unico modo per farlo era prendersi un po’ di spazio lontano dal gruppo? Dopo un primo ascolto credo di poter affermare che la verità, come da tradizione, sta nel mezzo. Per prima cosa bisogna dire che, dopo le ultime pubblicazioni dei Bloc party, era chiaro che una svolta fosse nell’aria: abbandonato sempre di più l’indie post punk dei primi tempi, la produzione musicale del gruppo si era spostata più verso un sound votato all’elettronica più pesante. E che ci fosse il buon Kele dietro tutto questo era abbastanza chiaro. Ecco dunque che la pausa dal gruppo per sfogare tutte le impellenze più elettroniche non può suonare come una sorpresa quanto più come un atto quasi dovuto. In seconda battuta c’è comunque da registrare una precisa presa di posizione da parte del cantante di origine nigeriana, un certo sollievo nel poter fare tutto da solo finalmente in pieno controllo della situazione. Un po’ prima donna tanto per capirci, e poiché non tutti si chiamano come Peter Gabriel ecco che un po’ di perplessità nasce spontaneamente. “The boxer” dunque è figlio di questa situazione un po’ particolare e tradotto in termini pratici risente pesantemente del momento di transizione che Okereke sta vivendo attualmente. Un album d’esordio che però non segna quel distacco completo dal passato che sembrava annunciare, quella svolta definitiva verso l’elettronica che sembrava oramai certa agli occhi di tutti nonostante la produzione di Hudson Mohawke, dj scozzese specializzato nel genere. A dire il vero, la prima parte sembra confermare la tesi: “Walk tall” apre all’insegna dei sintetizzatori e delle casse pulsanti, mentre la voce di Okereke intesse le solite trame liriche a cui eravamo avvezzi ai tempi dei Bloc Party. Trame che s’intensificano in “On the lam” e soprattutto nel singolo di lancio “Tenderoni”, un pezzo che sembra un remix di dubbio gusto di uno dei pezzi di “Intimacy”. Con “The other side” invece inizia un disco radicalmente diverso, più attento ai dettagli e agli arrangiamenti. Spunta la chitarra e le ritmiche iniziano a scandire controtempi interessanti su cui s’innestano ancora melodie sintetiche però più sobrie rispetto alla prima parte. Eleganza che trova terreno fertile nella bella “Every thing you wanted”, dove è il pianoforte a farla da padrone, mentre la voce di Kele può spaziare a piacere in piena libertà in un pezzo che, a costo di ripetermi, sinceramente non dice nulla di nuovo rispetto a quello a cui i Bloc Party ci avevano abituato. Che non è un male, capiamoci, ma perché tanta fretta di mettersi per conto proprio allora se poi il risultato è lo stesso? “The new rules” vede la presenza di Jodie Scantlebury per uno dei pezzi più atipici dell’intero album, una ballata in punta d’arpeggio assolutamente godibile e delicata, tanto quanto la gemella “Rise”. Con “Unholy thoughs” ritorna in mente l’incipit di “Hunting for witches”, con quel “o-oh” di fondo che altro non è che il marchio di fabbrica di “A weekend in the city”. “All the things I could never say” riprende invece le atmosfere elettroniche dei primi pezzi in un crescendo d’impatto che si apre e prende fiato in “Yesterday's gone”, un titolo che se ancora qualcuno avesse qualche dubbio, chiarisce definitivamente come la pensa il nostro Kele. In definitiva dunque un album che permette da una parte a un talento (perché Okereke è un vero talento) di potersi esprimere in piena libertà esaudendo un desiderio ormai troppo grosso per essere ignorato, e dall’altra conferma che forse serviva ancora un po’ di tempo per fare questo passo, giusto per avere quella maturità necessaria a staccarsi definitivamente dal passato e trovare una nuova dimensione più definita.

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