«MOJO - Tom Petty» la recensione di Rockol

Tom Petty - MOJO - la recensione

Recensione del 14 giu 2010 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

C’era un tempo in cui se Tom Petty si voltava a destra trovava George Harrison, mentre alla sua sinistra vedeva Bob Dylan. Collocato là, tra i due Traveling Wilburys che portavano in dote alla superband l’uno il genio leggero della British Invasion e l’altro cento strati di ‘Americana’, Petty stava come un cece nel baccello. E ci stava perché Tom Petty si può anche leggere ‘classic rock’. Al suo debutto, nel lontano 1976, quel suono di matrice ‘Southern’ ma non insensibile all’essenzialità e all’urgenza del punk spalancò all’artista la porta della FM d’oltre oceano; con il trascorrere degli anni, fu invece la qualità della sua band a rafforzarne la reputazione e a consacrarlo come un’autorità.
Tom Petty torna a pubblicare un album con i suoi Heartbreakers otto anni dopo “The last DJ” (2002), dopo avere confezionato di recente la gargantuesca “Live anthology” e dopo avere onorato la memoria delle radici con la riedizione dei suoi Mudcrutch – due episodi, questi ultimi, che sembrano avere impattato non poco sulla realizzazione del nuovo “Mojo”, un album di 65 minuti registrato in presa diretta in una stanza. Concepito e prodotto né più né meno come una ‘session’ da cui sono banditi gli overdub, “Mojo” restituisce all’ascoltatore una band strepitosa che attinge a piene mani dal suo retroterra, spaziando tra gli stili, ignorando gli stilemi commerciali e valorizzando la piena, ritrovata libertà. Una prova generale per il massiccio tour di un gruppo che, come consistenza, compattezza, credibilità e ‘roots’ compete solo con la E Street Band al massimo del proprio fulgore. Per sintonizzarsi sul concetto, consiglio di ascoltare “First flash of freedom” che, nella sua ostentata mancanza di fretta (dura sette minuti…) trasmette sia una sensazione di rilassatezza hippy, sia un segnale di padronanza assoluta della jam. Cogli una eco di Allman Brothers e una di Santana, poi la slide guitar e le tastiere si alternano durante lunghe fasi puramente strumentali, infine la voce narrante incolla una serie di episodi e groove diversi che si fondono in un pezzo anacronistico e magico.
Petty pare avere sfornato questi quindici brani con la stessa estrema naturalezza con cui la band li ha eseguiti. A livello lirico dà il massimo in “Jefferson Jericho blues”, che apre l’album e rievoca la scappatella del presidente Jefferson con Sally Hemings: esilarante e geniale l’utilizzo dell’immagine della promiscuità del padre fondatore nei campi di cotone per contestualizzare lo stato d’animo del protagonista. Ed ecco subito in primo piano Mike Campbell, un chitarrista che ama le retrovie ma suona da anni come un maestro e la cui impronta su “Mojo” è enorme. La trama blues-rock del disco è perfetta per lui che, qui, è in stato di grazia: svaria da eleganti puntualizzazioni ad assoli ululanti, e sembrano tutti opportuni e necessari nell’economia delle canzoni, sia che si tratti della lancinante e zeppeliniana “I should have known it” sia di riverberi dal Delta come “U.S. 41” e “Takin’ my time” oppure, ancora, dell’epica e conclusiva “Good enough”. Benmont Tench alle tastiere si prende il proscenio in "Something good coming" e "Running man's Bible", mentre sta a Tom Petty guidare gli Heartbreakers nei luoghi della memoria musicale che li hanno resi ciò che sono. Così è naturale deviare dal blues per approdare al r’n’b di “Let yourself go” (ricorda molto ‘Green onions’ di Booker T & the MGs) o al soul facile facile di “Candy” e di ("No Reason to Cry")”, fino addirittura al reggae di “Don’t pull me over”.
Analogico e live nella concezione, digitale e in omaggio per gli acquirenti dei biglietti dei concerti americani, questo album è vintage di pregio, è la magia rara di quei dischi di spessore suonati con spontaneità, è lo spazio prezioso tra le 12 battute. Mucho Mojo. E Mojo Rising.
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