«CONGRATULATIONS - MGMT» la recensione di Rockol

MGMT - CONGRATULATIONS - la recensione

Recensione del 21 apr 2010 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Le mie congratulazioni agli MGMT per averci ricordato ancora una volta che, spesso, per andare avanti bisogna imparare a guardarsi indietro. Che messa così sembra una banalità alla “si stava meglio quando si stava peggio”, ma visti i tempi che corrono è meglio non dare nulla per scontato. Eccoci dunque di fronte alla necessità di fare appello alla memoria storica per affrontare adeguatamente il nuovo lavoro del duo di New York (formato da Ben Goldwasser e Andrew VanWyngarden) che tre anni fa ci fece gridare al miracolo con quel “Oracular Spectacular” che ribaltò le classifiche di mezzo mondo con una manciata di singoli letali come “Kids” e “Time to pretend”. Partiamo subito col dire che “Congratulations”, disgraziatamente per chi si aspettava il classico sequel, è per buona parte tutta un’altra cosa, con i suoi pro e i suoi contro. Al posto di Dave Fridmann in cabina di regia troviamo l’ex Spaceman 3 Pete Kember per produrre “solamente” nove pezzi e nemmeno un singolo degno di questo nome. Che, se commercialmente può sembrare una mossa azzardata, qualitativamente parlando invece regala all’album una coesione invidiabile, cosa che non si può certo dire di “Oracular”. C’è poi questa copertina “pop” allucinante e un pelino pacchiana (ad opera di Anthony Ausgang) che sa tanto di presa per i fondelli. E forse è proprio il messaggio che si vuole passare. Perché “Congratulations” sotto sotto, è una bella presa in giro, uno di quei rompicapo che se non ti riescono subito ti fanno venire i famosi cinque minuti, ma che appena trovi la chiave per risolverli ti sembrano la cosa più geniale di questo mondo e finisci pure col farci la figura del fesso per essertela presa. Serve insomma un po’ di tempo per capire il senso di un album come questo, un disco pop psichedelico che semplicemente rifà il pop psichedelico (di una volta). E per giunta in un momento in cui gli anni Sessanta stanno contaminando bene o male buona parte della produzione musicale contemporanea, saltando di genere in genere senza problemi di declinazione (vedi gli Animal Collective tanto per dirne una). In “Congratulations” ci sono inevitabilmente un po’ di Beatles e Beach Boys, una massiccia quantità di Pink Floyd prima maniera (ebbene si) e quel pizzico di follia alla Dukes of Stratosphear/XTC che sembrava oramai morta e sepolta da tempo. Ma come ho già detto agli MGMT piace guardarsi indietro per fare passi in avanti e qui sta la beffa più grande. O l’intelligenza, dipende dai punti di vista: niente di nuovo ma fatto in modo tutto nuovo. Perché gli MGMT prendono quello che c’è da prendere, l’immediatezza pop, la melodia, i colori e la psichedelia dei Sessanta, e la adattano al loro modo di essere. Ecco quindi nascere pezzi floydiani come “It’s working” e “Song for Dan Treacy” che altro non sono che ballate psichedeliche come non si sentivano da un sacco di tempo. Provate a dare un ascolto a “What in the world” dei Dukes prima di “Flash delirium” dei Nostri e magari il cerchio inizierà a quadrare un po’ meglio. “I Found a whistle” invece riprende il modus operandi del lato b di “Oracular Spectacular” sfoderando una carica malinconico/nostalgica non indifferente per uno dei pezzi più intimi e rivelatori dell’intero album. Identità che si palesa in maniera ancora più esplicita nella tirata sixties da quasi un quarto d’ora “Siberian breaks”, in barba al pop in pillole da tre minuti. Un pezzo d’atmosfera e di grande classe che sfida i cambi di tempo dei Beatles di Stg. Pepper’s e, con le dovute cautele, non se la cava neppure male. Conclusione con la folle e quasi new wave “Brian Eno” (divertentissima), la strumentale “Lady Dada’s nightmare” (non Gaga, Dada) e con la scanzonatissima titletrack “Congratulations” che chiude nel modo più consono e affettuoso un disco a zero pretese ma in compenso ricco di sostanza. Nessuna paura se non si arriva subito a capirlo: forse non siamo più abituati a fidarci delle cose semplici. Ma l’esperienza insegna che è appunto nella semplicità che spesso risiede la bellezza. Basta trovare la chiave per scoprirla.

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