«PRIMITIVI DEL FUTURO - Tre Allegri Ragazzi Morti» la recensione di Rockol

Tre Allegri Ragazzi Morti - PRIMITIVI DEL FUTURO - la recensione

Recensione del 02 apr 2010 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Sensibilità e poesia sono due parole delicate, come il cuore di chi le prova e le produce. Sensibilità e poesia sono anche soggettive: un qualcosa può essere emozionante per qualcuno e non per un altro. Se ci si avvicina con cervello e pancia aperti a “Primitivi del futuro”, il nuovo disco dei Tre Allegri Ragazzi Morti, sarà difficile però restarne indifferenti. Anche, forse soprattutto, per chi fino a ieri non è mai stato un grande fan della band di Pordenone capitanata dal fumettista Davide Toffolo.
Entrano infatti in gioco sonorità reggae/dub mai sperimentate fino ad oggi dal gruppo (“Nei periodi politicamente neri il reggae è un'ottima musica da suonare” ha chiosato Toffolo) e spicca la differente (seppur riconoscibile) scrittura dei T.A.R.M., forse per la prima volta così nettamente dedicata agli adulti (seppur giovani) e non più ai post-adolescenti. Si diceva del sound: pare che i Tre siano rimasti fulminati sulla via del reggae, ne abbiano ascoltato moltissimo negli ultimi tempi e ne siano rimasti agganciati (allacciandosi anche a Paolo Baldini degli Africa Unite in fase di produzione), pur lasciando leggeri echi rock (soprattutto nell'espressività vocale).
“Primitivi del futuro” è uno di quei rari casi in cui le canzoni si recensiscono quasi da sole, le parole sono talmente belle che c'è poco da commentare: la poesia non perde mai la lucidità e viceversa. Si comincia con quello che è il pezzo (praticamente l'unico) più rock e malinconico (ma anche uno dei migliori) del disco: “La ballata delle ossa”, dedicata ai rapporti interpersonali con un classico tocco alla Toffolo (“E se qualcosa di mio ti rimarrà fra i denti non piangere perché poi lo digerirai”). In “Mina” entra a pieno titolo il reggae con echi dub, miscela che trova uno dei suoi apici nel singolo “Puoi dirlo a tutti”, ritmo in levare allegro ma delicato, così come il suo testo speranzoso (“Mi son giocato l'infanzia, divertito in gioventù, sconvolto nell'adolescenza e adesso ci sei tu. Puoi dirlo a tutti che sono stato io a farti un occhio nero con la matita blu”). E anche i network nazionali sono conquistati.
Si prosegue con “So che presto finirà”, roots reggae con intermezzo rabbioso (“Non è il destino, sei tu il tuo nemico, accendiamo una festa e facciamo una festa che non c'è lavoro, che non c'è fatica che trova ragione fuori da sé”) e con l'attacco dubbeggiante di “L'ultima rivolta nel quartiere Villanova non ha fatto feriti”, netta presa di posizione sulla vita odierna, sul muovere il culo per noi stessi e per la società in cui viviamo (“Prendi a calci il tuo padrone non lo fai, rimetti in moto la ragione non lo fai, la famiglia è un'altra cosa non lo fai, stacca la tua connessione non lo fai, scrivi almeno una poesia non lo fai”). I ritmi reggae rallentano ne “La Cattedrale di Palermo”, ma il tema di prendere in mano la propria esistenza ricorre anche qui (“Io mi sono ritrovato nell'idea di far qualcosa mica solo consumare che mi annoia. [...] Hai mai provato una chitarra? a urlarci dentro il tuo tormento hai mai provato una chitarra? prova adesso, entra dentro”), così come nella splendida “La faccia della luna” dedicata al mondo, alla natura ed alla sua tutela (“Ascoltate tutti quanti guardate che sbagliate, se il grillo torna al campo anche voi ci guadagnate”).
Roots reggae e dub anche in “Questo è il ritorno di Gianni Boy” (forse uno degli episodi meno incisivi del disco), mentre in “Codalunga” spunta una bella chitarra acustica in levare, con un testo intelligente (“Codalunga non sa quando è nato, non si guarda allo specchio, non vive il social network”) ed allo stesso tempo con un ritornello semplice e bellissimo, potenzialmente adatto come tormentone per la prossima estate (“Dimmi che cos'è dimmi cos'è che ti fa più bella, dimmi cos'è dimmi cos'è che ti fa così bella”).
Ritmi dub con graffianti chitarre elettriche in sottofondo per la grintosa “Rifare” (“la fine annunciata arrivò un po' più in là, ma era già il tempo di rifare, riprovare, riordinare, ridere”). Chiusura affidata alla title-track che comincia in stile “Safari” di Jovanotti, un cantato quasi rappato ed un testo crudo e lucido sulla specie umana (“la memoria del mondo che può farti capire qualcosa del processo che possiamo fermare, l'origine dell'alienazione della specie”) ma anche sull'amore (“D'amore non si muore anche se assomiglia molto alla fame”).
Poesia ed emozioni, reggae e lucidità, dub e amore. Ecco “Primitivi del futuro”, un disco bellissimo che se fosse uscito nel 2009 avrebbe combattuto con i compagni di etichetta Teatro degli Orrori come miglior album italiano dell'anno. Ma siamo nel 2010 e sarà un'altra storia. Quindi gambe in spalle e riprendiamoci tutto. “Il mondo è mio mi sembra, sarà che ho ventotto anni e mi distraggo ancora molto perché figli non ne ho” (da “La faccia della luna”).

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