«QUARANTINE THE PAST - Pavement» la recensione di Rockol

Pavement - QUARANTINE THE PAST - la recensione

Recensione del 08 mar 2010 a cura di Davide Poliani

La recensione

Benché siano sempre stati una delle realtà più schive nel narcisista panorama indie rock statunitense che tra special edition, limited reissue e deluxe version si è sempre concesso moltissimo, i Pavement non hanno mai fatto mancare ai propri fan - soprattutto dopo lo scioglimento, avvenuto nel '99 - materiale inedito da spulciare: "Slanted and enchanted: luxe & reduxe" del 2002, al quale seguirono "Crooked rain, crooked rain: LA's desert origins" nel 2004, "Wowee zowee: sordid sentinels edition" nel 2006 e "Brighten the corners: nicene creedence edition" nel 2008 con il loro ricchissimo corredo di inediti e rarità hanno riempito le orecchie (e svuotato le tasche) dei devoti della creatura di Stephen Malkmus e Spiral Stairs, che tornati in pista a dieci anni dal ritiro hanno pensato di suggellare il proprio rientro (al momento sulle scene live, per lo studio chissà...) con una summa della loro produzione. "Quarantine the past" offre una visione a volo d'uccello sul corpus della band che cambiò il modo di pensare l'alternative lontano dai fragori del grunge e dal clamore major: una visione scomposta - in assoluta continuità con quello che da sempre è il loro marchio di fabbrica - che si fa beffe dell'ordine temporale per accostare rarità della prima ora ("Mellow jazz docent", dall'EP "Perfect sound forever", del 1991) a produzioni se non tarde già per lo meno avanzate ("Stereo" da "Brighten the corners", del '97), disseminando qua e là pezzi forti - che comunque non mancano, da "Summer babe" a "Cut your hair", passando per "Here" e "Grounded" - e gemme come "Trigger cut/Wounded-kite at :17" e "Fight this generation". Dando per scontato che un fan dei Pavement, anche se non della prima ora, la produzione ordinaria l'abbia già sullo scaffale, le ragioni di interesse nei confronti di "Quarantine the past" potrebbero essere - oltre alla versione rimasterizzata di "Gold soundz" - l'omaggio ai R.E.M. di "Unseen power of the picket fence", comparsa sulla compilation "No alternative" del 1993 (sulla quale erano presenti, per la cronaca, anche Nirvana, Soundgarden, Smashing Pumpkins e - proprio così - Goo Goo Dolls), la già citata "Mellow jazz docent" e "Debris slide" (anch'essa da "Perfect sound forever"), oltre che "Shoot the singer" e "Frontwards", incluse in origine nel pur non introvabile EP "Watery, domestic" del '92. Diverso il discorso per i neofiti, magari cresciuti con i pur validi epigoni dei nostri: è vero che la mancanza di uno sguardo più organico sugli album nella loro completezza possa privare di certe sfumature (il peso relativo dei due songwriter, sbilanciatosi più verso Malkmus negli ultimi anni), ma è altrettanto vero che la complessità di una band talmente influente (nella scrittura così come nel suono e nell'approccio) difficilmente avrebbe avuto una giusta resa pur rispettando rigorosamente la cronologia di pubblicazione. Così come per gli eventuali omissis (e ne vengono in mente tanti, tantissimi), forse non è questo il momento ed il luogo appropriato per muovere certe osservazioni. Forse "Quarantine the past" è solo una delle tante "capsule del tempo" indirizzate a posteri curiosi e intelligentemente progettata per i tempi dell'iPod. Forse è solo un modo per dire "questi erano i Pavement, ragazzi. Everything (re)starts here".

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