«BATTLE STUDIES - John Mayer» la recensione di Rockol

John Mayer - BATTLE STUDIES - la recensione

Recensione del 12 dic 2009 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Il talento ed il merito indiscussi di John Mayer sono presto detti: vende moltissimi dischi distillando pop-rock di classe dal blues più verace.
Il ragazzo adorato dalla telecamera e dall’obiettivo, una volta amato da Jennifer Aniston e tuttora amato da media e tabloid, suona la chitarra come pochissimi della sua generazione. Ma, oggi, il suo bene più prezioso è quella reputazione inossidabile tributatagli dai colleghi più illustri, da Eric Clapton giù fino al grandissimo Steve Jordan che gli dedica la sua batteria a tempo pieno e lo co-produce anche questa volta. E Mayer non la avverte come un fardello, anzi: ci costruisce su una carriera, inzigando i puristi quanto basta per non irritarli troppo a causa delle sue escursioni in campo AOR e deliziando al contempo la massa, ovvero coloro che hanno mancato alla radio di una ventina d’anni i tempi d’oro dei Fleetwood Mac o di Tom Petty, per citarne giusto un paio. Dire poi se sia spontaneo o calcolatore, è solo tempo perso.
“Battle studies” arriva tre anni dopo un capolavoro, “Continuum”, e se ne fosse stato all’altezza Mayer sarebbe stato mostruoso. Questo è un buon album, probabilmente il suo secondo migliore, che coglie il ragazzo in fase intimista, cupa e meditabonda, come meglio non poteva sintetizzare il titolo di uno dei nuovi brani, la terribilmente seriosa e pesa “Heartbreak warfare”. Il disco sa di dopo sbornia di una storia d’amore, ed è curioso che l’artista non elabori il tema omeopaticamente: col blues. Invece no, la musica finisce col tradursi in suoni composti, arrangiamenti patinati e a tratti acustici. Il blues che Mayer ha dentro riemerge nei suoi momenti lirici migliori, quando tra gli alti e i bassi di testi dedicati al tema più scivoloso che ci sia l’artista distilla quel tipo di autoironia semplice che fu dei padri. Per esempio in "Half of my heart" (in cui duetta con Taylor Swift), dove dipinge in prima persona la macchietta del fedifrago di professione, quello che pensa alla prossima donna mentre bacia l’attuale; oppure in “Who says” – acustica, melodiosa, elegante nel ‘finger picking’ e morbida nel suono – nella quale si pone la fatal domanda: “Who says I can’t get stoned?” - e, meglio ancora, quando confessa “Non ricordo di averti mai visto più bella di così – però, dopo tutto, non ricordo di averti mai visto”. Per la cronaca, questo primo singolo spontaneo e scarno, spicca tra i migliori brani del disco e ne resta impressa la versione live proposta lo scorso mese in anteprima al Letterman Show.
Difficile inquadrare John Mayer, sempre più e soprattutto dopo “Battle studies”, che propone esplorazioni inedite, come “All we ever do is say goodbye’’, brano che riecheggia in parte i Beach Boys e in parte i Beatles, o come la succitata “Heartbreak warfare”, vagamente uduesca. Difficile, purtroppo, anche apprezzare appieno in questa occasione la sua prodezza tecnica, con una chitarra che stavolta è al servizio delle melodie e delle atmosfere. Unica stupenda eccezione: la cover di “Crossroads”, il classico dei classici di Robert Johnson che, partendo dalla celebre versione dei Cream, viene denudata, sporcata e distorta fino a recuperarle un suono alla ZZ Top.
“Battle studies” potrebbe risultare troppo suadente, tanto è orecchiabile, oppure straordinariamente efficace, tanto alcune sue canzoni suonano già ‘classiche’ dopo pochi ascolti. Ma il conteggio dei dischi venduti da John Mayer prima della sua uscita arrivava già fino a tredici milioni di copie. Quindi, in attesa di un prossimo album ruvido e retrò quanto basta, perché sorprendersi…?

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