«BACKSPACER - Pearl Jam» la recensione di Rockol

Pearl Jam - BACKSPACER - la recensione

Recensione del 17 set 2009

La recensione

Avevano bisogno di un po’ di leggerezza, i Pearl Jam, e l’hanno trovata. Dopo anni passati ad affrontare la rabbia di trovarsi in un paese che non riconoscevano più, e a trasferire questi sentimenti in musica, hanno provato un’altra via. Anche perché nel frattempo gli Stati Uniti sono cambiati, non c’è più Bush e c’è Obama. E anche se quest’ultimo ha ormai terminato la sua luna di miele con il paese, la musica che gira intorno da quelle parti sta lentamente cambiando.
“Backspacer” è il segno dei tempi, è la maturità che non perde l’incanto della giovinezza. Maturità discografica, innanzitutto, perché è il primo disco di studio totalmente indipendente: autoprodotto, in Europa è curato da Universal, ma in patria è distribuito con un mix di accordi commerciali che è molto distante dalla scelta totalmente autonoma dei Radiohead. Se funzionerà, questo mix creerà un precedente importante per altre band dello stesso calibro.
Ma anche maturità musicale: perché la band ha fatto una scelta molto netta, per “Backspacer”: brevità e sintesi, innanzitutto: 37 minuti scarsi, canzoni che vanno dritte al punto. E poi una varietà di suoni, una leggerezza musicale che gli ultimi album non hanno avuto. Così compaiono addirittura gli archi, in “Just breathe” (un gioiello, figlia diretta della colonna sonora di “Into the wild”) e in “The end”, le uniche due ballate. Non è un caso che i Pearl Jam abbiano richiamato in servizio Brendan O’Brien, negli ultimi anni è stato impegnato soprattutto a dare una rispolverata al suono di Springsteen. O' Brien non lavorava con la band dai tempi di “Yield - probabilmente il disco più bello della loro discografia “recente”, anche se è ormai del 1998. La sua presenza e la sua mano sono, come spesso accade, sinonimo di un tocco di ‘classic rock’; per alcuni, quindi, comportano un effetto normalizzatore, per i più critici rappresentano perfino una sordina; nella fattispecie hanno, probabilmente, la funzione di cucire l’eredità e lo spirito punk del gruppo con i ‘fondamentali’ del rock and roll, regalando all’album quella necessaria coerenza che i vent’anni di carriera della band reclamano.
Molte canzoni, così, sembrano il “solito” rock alla Pearl Jam (ce ne fossero…). Invece prendono direzioni strane: aperture pop (“The fixer”), accelerazioni irregolari (“Got some”), un tono epico alla U2 (“Force of nature”). Pur senza tradire le proprie origini, i Pearl Jam, a questo giro hanno pescato dal power pop, dalla new wave, insomma i suoni delle band che i membri della band hanno probabilmente ascoltato da ragazzini… La leggerezza è in parte anche lirica, come dimostra quel “Yeah, yeah, yeah” di “The fixer”, e come sottolinea l’assenza di accenni alla politica, almeno non diretti. Questa è una svolta all’insegna della semplificazione per i Pearl Jam: i testi sono rivolti all’amicizia, alle relazioni e al ‘grunge’ di tutti i giorni (“Got some” ne è un esempio, con i suoi cenni alla dipendenza dalla droga) anziché ai grandi temi politico-sociali, e Vedder e soci scelgono di consegnarli con ritmo, rabbia e insolenza invece che con la solennità dei più recenti capitoli. Il risultato è che “Backspacer” – pur nella ovvia continuità – suona notevolmente diverso dagli ultimi dischi. Che, diciamolo, hanno fatto fatica a superare la prova del tempo. Certo, negli ultimi 10 anni, da “Binaural” in poi, i Pearl Jam hanno scritto grandi canzoni, alcune che sono rimaste e rimarranno. Ma se proprio vogliamo trovare un difetto a “Backspacer” è il dubbio su quanto le canzoni supereranno la prova del tempo. Alcune (oltre a “The fixer” e “Just breathe”, aggiungiamo “Amongst the waves”, tipico mid-tempo alla PJ) lasciano sicuramente il segno.
Il disco, nel complesso, è compatto, con un buon andamento, con una bella accelerazione iniziale seguita da variazioni di ritmo, come nella selvaggia “Supersonic”. E’ un disco coraggioso: potrebbe attirare ascoltatori prima spaventati dall’aggressività un po’ cupa di certe canzoni, ma anche alienare parte del seguito ‘core’ del gruppo. “Backspacer” non è spensierato, ma lo sono certamente i Pearl Jam orfani di Bush che, più o meno consciamente, associano la rinnovata speranza per il loro paese all’epoca in cui la speranza era per loro un sentimento più naturale, ovvero a un tempo pù barricadiero per la loro musica, all’inizio di un’avventura in cui per Eddie Vedder un concerto assomigliava più a una surfata che a una ballata. Essenziale, veloce, pare perfetto per un viaggio in macchina. Un viaggio breve, si intende. In attesa di capire meglio il posto che occuperà nella discografia della band.
(Giampiero Di Carlo/Gianni Sibilla)
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