«HUMBUG - Arctic Monkeys» la recensione di Rockol

Arctic Monkeys - HUMBUG - la recensione

Recensione del 15 set 2009 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Non riesco a mettere a fuoco pienamente il motivo, ma gli Arctic Monkeys non hanno mai catturato in modo particolare la mia attenzione.
Forse per tutto il clamore che fecero con il primo singolo “I bet you look good on the dancefloor” e per lo strepitoso successo dell'album di debutto “Whatever people say I am, that's what I am not” (vedi: Recensioni), lavori divertenti, dietro ai quali non vidi però il motivo di tanto stupore.
Allo stesso modo sorvolai il secondo album “Favourite worst nightmare” (vedi Recensioni), i cui singoli mi diedero approssimativamente la stessa impressione dell'esordio.
Poi ecco il progetto parallelo del frontman Alex Turner con Miles Kane dei Rascals: i Last Shadow Puppets, miscela indie-pop dichiaratamente ispirata agli anni Sessanta e Settanta. Un segno che nel giovane Turner sta cambiando qualcosa?
Infine arriva l'estate del 2009 con le voci che vogliono gli Arctic Monkeys pronti ad uscire con un terzo album completamente diverso dai precedenti, con un sound rivoluzionato. Quante volte, però, queste dichiarazioni si rivelano poi in gran parte fasulle? Cerco di non dare troppo peso alla cosa, tirando dritto sulla strada dello scetticismo, ma le notizie continuano ad inseguirmi: scopro che gran parte di “Humbug”, questo il titolo, è stato prodotto da Josh Homme dei Queens of The Stone Age e registrato (sempre in gran parte) nel suo studio Rancho de La Luna nel deserto del Mojave (dove sono state incise le famose e numerose “Desert sessions”). Il lavoro è stato poi completato da James Ford dei Simian Mobile Disco (già al lavoro sui primi due capitoli) a New York. Il tutto mi incuriosisce. Infine, inaspettatamente (ma a questo punto inizio a credere sia destino), mi viene chiesto di recensire il disco.
Mi avvicino quindi al nuovo sound della band inglese con orecchio quasi vergine, o comunque sicuramente non da grande fan e visto l'annunciato cambio di rotta questo potrebbe anche essere un vantaggio.
Non fosse per il timbro di voce incredibilmente british di Turner, “Humbug” potrebbe benissimo essere il disco di una band americana cresciuta a Creedence, stoner-rock e Nick Cave.
Per i fan della prima ora (o almeno per quelli non troppo elastici musicalmente), questo potrebbe essere uno shock: delle vecchie canzoni indie-rock veloci e tirate è rimasto ben poco. Giusto qualche accenno nel singolo “Crying lightning”, in “Potion approaching” e “Pretty visitors”, sempre miscelato però con un pizzico di noir.
Il resto del disco evoca paesaggi desertici (inevitabilmente?), un'atmosfera oscura, tenebrosa, sembra quasi che oltre all'evidente mano di Josh Homme (in particolare in “Dangerous animals”), a far da regia ci sia Quentin Tarantino.
Gli episodi che meglio mettono a fuoco il nuovo sound delle Scimmie sono l' incisiva traccia d'apertura “My propeller”, la splendida e cupa “Dance little liar” (forse la migliore del disco) e la psichedelica “Fire and the tud”. Meno buia, una sorta di via di mezzo tra il nuovo sound e il lavoro a nome Last Shadow Puppets è la davvero convincente “Cornerstone”, così come la buona “Secret door”. Chiude il lavoro “Jeweller's hand”, altro pezzo cupo in bilico tra Nick Cave e David Bowie.
Insomma “Humbug” è un album solido e coraggioso, per una band che a soli 23 anni (e con grandissimi numeri alle spalle) ha avuto il fegato per mettersi in gioco completamente e rivoluzionare da capo a piedi il proprio sound.
Difficile dire quale sarà la loro strada in futuro, ma intanto il presente è questo: un passo avanti da grande band e non da fenomeno da classifica. Resta da capire se i loro fan li seguiranno: sicuramente da oggi un ascoltatore lo hanno guadagnato...

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