«BEFORE THE FROST...UNTIL THE FREEZE - Black Crowes» la recensione di Rockol

Black Crowes - BEFORE THE FROST...UNTIL THE FREEZE - la recensione

Recensione del 18 set 2009 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Si erano sciolti nel 2005 ‘a tempo indeterminato’ ed erano rinati un anno fa con “Warpaint”, un ritorno molto promettente. Poi, fulminato da un’idea semplice, il frontman dei Black Crowes, Chris Robinson, era andato a constatare di persona quale fosse lo stato del rock and roll in un santuario dove si dice che il tempo si sia fermato agli anni Settanta: a Woodstock, nel granaio in cui Levon Helm , batterista di The Band, ha costruito il suo studio / locale dove ogni sabato sera mette in scena il suo show per alcune centinaia di spettatori e fans. Una volta là, vibrazioni da paura. Allora perché non andare a inciderci un disco? Anzi, due.
E allora facciamo ordine. Stiamo parlando di un doppio album particolare, che chiameremo per semplicità “Before the frost... Until the freeze” ma la cui prima parte (“Before the frost...”) è il CD vero e proprio, mentre la seconda (“...Until the freeze”) e un bonus acquisibile in download esclusivo e gratuito per mezzo di un codice contenuto nel CD. In alternativa, se preferiamo godere di un audio migliore (e il suono lo merita), un doppio vinile. Entrambi i capitoli, pubblicati per la Silver Arrow Records, sono stati registrati in presa diretta nei Levon Helm Studios di Woodstock, davanti a un pubblico di un paio di centinaia di persone in una serie di sabato sera consecutivi, dopo che durante la settimana la band aveva lavorato d’impulso su nuovi brani creati sul posto. Prodotto da Paul Stacey, il doppio album (undici inediti il primo, dieci inediti e una cover di Stephen Stills, “So many times”, il secondo) coglie i Black Crowes al completo (Chris Robinson, voce; Rich Robinson, chitarre; il batterista originario Steve Gorman ; Sven Pipien, basso; Luther Dickinson, chitarra; Adam MacDougall , tastiere) con un piccolo aiuto da parte del polistrumentista Larry Campbell.
“Before the frost... Until the freeze” è un doppio eccellente per un paio di semplici ragioni. La prima è che i ragazzi di Atlanta, superata la secca creativa ed emotiva che li aveva minati all’inizio del decennio, suonano compatti come mai avevano fatto in passato. E’ vero che gran parte del loro pregio, come per le migliori formazioni di roots rock americano, è il filo del rasoio sul quale la loro musica pretende di stare in equilibrio, è l’entropia, è quel pugno di millimetri che ti separano dalla perdita di controllo ma che rendono tutto molto eccitante. Ebbene, tutto ciò non è andato perduto. Ma oggi l’armonia di gruppo rende quel caos molto più creativo e, unita all’esperienza di chi proprio quest’anno gira intorno alla boa dei vent’anni di carriera, conduce al secondo motivo: i Black Crowes sono così rilassati che il loro spettro musicale si è esteso notevolmente. E questa è una sorpresa, perché nel nostro immaginario appartengono a quei gruppi che, radicati in uno stile, potrebbero registrare sempre lo stesso disco negli anni senza disturbarci, facendosi apprezzare per degli straordinari artigiani specializzati. Con questo doppio album, invece, è come se si fossero liberati dal loro canovaccio, quella summa di southern rock (con echi di bluegrass, country e blues incorporati come da ricetta) e ‘Seventies’, per entrare in luoghi dove (almeno in pubblico) non erano mai stati.
Gli anni Settanta sono per i Black Crowes una vera cifra estetica, mai uno scimmiottamento stilistico. Ecco perché l’esperimento di suonare in presa diretta con il pubblico davanti è molto riuscito: l’atmosfera risulta coerente, il suono splendidamente analogico e le escursioni tra i generi molto credibili. Con “And the band played on” il richiamo alle armonie beatlesiane è praticamente dichiarato: affrontarle con la voce e l’interpretazione ‘sporca’ di cui Chris Robinson ha fatto un marchio di fabbrica è un azzardo, ma ha pagato. In “What is home” il gruppo ammicca addirittura al British pop, ossia a quanto di più distante dal proprio dna; ma è tale la padronanza della situazione che la deviazione è naturale. Ma tutto accade sempre attraverso il suono-Black Crowes – è come se la band parlasse lingue nuove senza perdere un accento forte, inconfondibile e piacevole. L’accento, per loro, è l’“Americana”, quello stato della mente e della cultura dove si incrociano e si intersecano e si intrecciano le due anime musicali della loro terra, il country e il blues: per credere, ascoltare "Kept my soul" dopo "Aimless peacock", oppure "Been a long time (Waiting on love)" e poi “Make glad”. Il capolavoro dell’album è “I ain’t hiding”. Questa è una jam da sei minuti che pochi possono permettersi. Liberi, creativi, irriverenti, ritrovati, i Black Crowes sono tutti in questo pezzo: un basso martellante e ossessivo, un leggero wah wah in sottofondo, timpani a puntellare ed è…disco music. Ma poi Chris inizia a cantarci sopra in controtempo e il motivetto lascia spazio ai riff, per poi riemergere con un coretto esilarante; infine irrompe la chitarra di Rich che, probabilmente, sfodera qui l’assolo del 2009. Insomma, se abbiamo presente cosa gli Scissor Sister hanno fatto con gli Abba, allora con “I ain’t hiding” è come se i Black Crowes avessero fatto suonare un pezzo di Donna Summer ai Rolling Stones.
Con “Before the frost... Until the freeze” i Black Crowes fanno la cosa giusta perché le nuove canzoni promuovono al meglio la loro natura, suonare live; perché oggi il loro rock è più ricco; e perché, dopo 90 minuti di musica, ti lasciano con la piacevole sensazione di un disco essenziale e di un mojo incandescente.

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