«WALL OF ARMS - Maccabees» la recensione di Rockol

Maccabees - WALL OF ARMS - la recensione

Recensione del 11 mag 2009 a cura di Ercole Gentile

La recensione

A volte basta una canzone, ascoltata nel momento e nella situazione giusta, per scoprire un gruppo. Quasi per caso ci si imbatte in una melodia che risveglia una particolare emozione ed il gioco è fatto. Naturalmente poi, ci si va a cercare altri brani della band e, anche se forse non sono il massimo dell’originalità, si è comunque contenti della scoperta.
Nelle suddette circostanze mi capitò di imbattermi nei The Maccabees, gruppo di origini londinesi ma di stanza a Brighton (dove il frontman Orlando Weeks studia illustrazione), già autore di un album d’esordio (“Colour it in”, 2007), accolto con buoni riscontri di pubblico e critica in patria e passato in sordina dalle nostre parti.
Galeotto fu, nel mio personale caso, “No kind words”, uno dei due singoli che hanno anticipato il secondo album “Wall of arms”: scovata casualmente in rete, la canzone mi ha conquistato con il suo mood oscuro ed il suo veloce cambio di tempo, in bilico tra Depeche Mode e Bloc Party, con la profonda voce di Weeks a farla decisamente da padrone su un testo accattivante (“If you've got no kind words to say, you should say nothing more at all”). E’ vero nulla di incredibilmente innovativo, ma talvolta i colpi di fulmine non si possono spiegare, no?
Si passa quindi a raccogliere informazioni sull’album e si scopre che è stato registrato in varie città, tra cui Parigi e Liverpool, con il produttore Markus Dravs, (già al lavoro, tra gli altri, con Bjork e Arcade Fire) e che è stato, almeno per il momento, l’ultimo lavoro con la band del batterista Robert Dylan Thomas finito in rehab e sostituito da Sam Doyle.
“Wall of arms” è indie-rock di stampo britannico (il filone è quello di Editors e Bloc Party, vagamente contaminato dai canadesi Arcade Fire), maggiormente malinconico ed oscuro rispetto al suo predecessore, ma senza dimenticare del tutto la leggerezza, come ad esempio nelle poppeggianti “Young lions”, la title-track e “Dinosaurs”. Vi sono poi episodi maggiormente veloci e ballabili (ma sempre contraddistinti da una vena di inquietudine) come “One hand holding” (forse un po’ troppo forte il richiamo a Kele Okereke e soci), i trascinanti cori di “Can you give it?” e “Kiss and resolve”. La mano di Markus Dravs si sente in particolare in tre episodi del disco, quelli in cui gli arrangiamenti epici ed orchestrali ricordano il sound degli Arcade Fire, riuscendo a mantenere comunque una propria personalità: “William Powers”, “Seventeen hands” ed il primo singolo “Love you better”. Quest’ultima in particolare si segnala per lo splendido cambio di tempo, fiati, cori e testo (“Running out of of time is gonna cost you more than just your sweet smile, to a sweet smile”) che la rendono uno degli episodi migliori del lotto, così come la lenta ballata finale “Bag of bones”.
Insomma “Wall of arms” è un lavoro ben fatto: si può tacciarlo di scarsa originalità, ma quando un disco, scoperto per caso, lo ascolti volentieri ogni volta che “devi” per recensirlo e ci trovi dentro un pizzico di tutto ciò che ti aggrada (malinconia e velocità, rock ed elettronica, arrangiamenti epici e pop) che si vuole di più? Un capolavoro? Bé quelli ti capitano tra le mani poche volte nella vita...proprio come i grandi amori.

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