«HOLD TIME - M. Ward» la recensione di Rockol

M. Ward - HOLD TIME - la recensione

Recensione del 05 mag 2009 a cura di Davide Poliani

La recensione

Si prova la gradevole sensazione di trovarsi davanti al lavoro di chi finalmente non ha più niente da dimostrare ascoltando "Hold time", ritorno solista di Matt Ward dopo la parentesi con Zooey Deschanel sotto l'egida She and Him. Perché va bene che gli esami non finiscono mai, ma alla lunga l'ansia da prestazione costringe in un cliché che sminuisce le doti e brucia il talento, e Dio non voglia che accada proprio a lui, uno dei maggiori songwriter che l'America "minore" ci abbia offerto negli ultimi anni. Lasciatosi alle spalle le atmosfere ruvide e scarne di "Post war", Ward ha assemblato con gran classe i quattordici episodi che compongono la sua ultima fatica in studio, riuscendo per la prima volta nella sua carriera a far coesistere in simbiotica armonia scrittura e arrangiamenti, spaziando dai riff bluesy di "Never had nobody like you" (in duetto sempre con la Deschanel) o dagli echi west coast di "Stars of Leo" agli shuffle di cashiana memoria di "Fisher of men", passando per gli afflati sinfonici della title track e le riletture della "Raven on" resa celebre da Buddy Holly e "Oh lonesome me" di Don Gibson, quest'ultima impreziosita da un cameo vocale di Lucinda Williams. Tanta carne al fuoco, certo, ma senza l'effetto scomposto del classico "passo più lungo della gamba". Ward ha infatti due grandi pregi: sa scrivere canzoni (cosa da non dare assolutamente per scontata, anche - e soprattutto - parlando ci cantautori) e ha una precisa percezione di quali siano i suoi limiti di performer. Anche a cercarlo, non si trova niente sopra le righe. Il rigore adottato nell'abbinare ad ogni brano una precisa atmosfera è ammirabile. Certo, gli si potrà rimprovarare qualche piccola sbandata (l'arrangiamento forse fin troppo sountuoso - seppur coraggioso - di "Jailbird", o l'eccessivamente languido "Outro" con annesso richiamo a "I'm a fool to want you" di Sinatra/Herron/Wolf, ad esempio), ma - di certo - parlare di passi falsi, in "Hold time", sarebbe esagerato. Pur tenendo saldo il legame con la tradizione, Matt - più esplicitamente che mai - ha avuto col suo ultimo disco il coraggio di guardare avanti, cercando una sua personalissima via di fuga dal cliché del moderno dimesso menestretto da strada secondaria: una scelta già apprezzabile di per sé, che però merita tanto di cappello se come risultato offre un album come questo.

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