«KEEP IT HID - Dan Auerbach» la recensione di Rockol

Dan Auerbach - KEEP IT HID - la recensione

Recensione del 24 feb 2009

La recensione

“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”.
Certo non sarò io a contraddire Bertolt Brecht e, in assoluto, è una frase condivisibile. Ma il popolo del rock periodicamente perde le coordinate del proprio cammino ed ha estremo bisogno che qualcuno, definito pomposamente eroe, chini la schiena verso il suolo, raccolga la torcia e illumini la via verso la redenzione. Se il periodo è di quelli fortunati le luci che tracciano la strada verso la terra promessa sono numerose, altrimenti può accadere di rimanere al buio, di incespicare e muoversi a tentoni, di andare per tentativi.
Uno dei cosiddetti eroi – in realtà, questi eroi spesso non ne hanno l’aria, lo sono, punto e basta – in questi oscuri anni di recessione economica, la più devastante dai tempi della grande depressione del ‘29, è originario di Akron, Ohio, e si chiama Dan Auerbach.
Fino ad ora Dan ha pubblicato cinque album (in binario con l’amico batterista Patrick Carney) a nome Black Keys, una delle band più incisive dell’ultimo lustro, che, mandati a memoria i vangeli del rock e del blues, ne hanno fatti l’alfa e l’omega della loro pregevole produzione sempre più gradita al grande pubblico e non solo venerata da una nicchia composta da un pugno di fans, colleghi e addetti ai lavori in genere. Danny, giunto alla soglia dei trent’anni, si sente pronto per firmare con il proprio nome un cd, apre il famoso cassetto che tutti gli autori hanno ben protetto da qualche parte, tira fuori una manciata di canzoni, ci lavora su e pubblica “Keep it hid”. Un album scritto, pensato, registrato, prodotto, suonato, nella quasi totalità degli strumenti, in solitudine. Giusto un piccolo aiutino ricevuto dal papà, dallo zio, dalla next big thing del cantautorato femminile americano Jessica Lea Mayfield e da qualche amico che si trovava a passare, quasi per caso, dagli studi di registrazione situati vicino casa di Dan.
“Keep it hid” è la somma e la sintesi di quanto è compreso nella musica americana che viene definita delle radici. “Keep it hid” contiene in sè i germi e le emozioni del blues, del soul, del country, del rockabilly, della psichedelia. In “Keep it hid” è la chitarra ad essere protagonista: ora distorta, ora acida, ora lancinante, ora delicata, ora assente; sempre supportata da una voce convincente in ogni sfumatura, da una ragnatela di tastiere, quando presenti, indimenticabili e da una struttura ritmica inattaccabile. “Keep it hid” è una raccolta di canzoni che ha nella sua semplicità l’essere così speciale, un disco così anonimo e già “sentito” da essere unico. Un disco infingardo che entra sotto pelle, di quei dischi che girano e girano e girano nel lettore (o in quel cavolo che volete e usate) perchè, ad ogni giro, si pensa di comprendere e scoprire un segreto in più. Quando, in fondo, il segreto che contiene, il più grande e inconfessabile è quello di farti sentire a casa dopo aver vagato a lungo. Un disco che trascende pallini, stellette, voti e giudizi perché volerlo giudicare è un esercizio inutile. E’ un disco che c’è sempre stato e che sempre ci sarà.


(Paolo Panzeri)

TRACKLIST

03. Heartbroken, in disprepair
04. Because i should
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