«BRIDGES TO BABYLON - Rolling Stones» la recensione di Rockol

Rolling Stones - BRIDGES TO BABYLON - la recensione

Recensione del 01 gen 1998

La recensione

Da oltre quindici anni l’uscita di un nuovo album dei Rolling Stones, nel ricordare al mondo l’essenza del rock’n’roll, lascia che i fans e la critica si tormentino in dubbi amletici sull’opportunità - per quella che è definita negli annali come "la più grande rock and roll band di tutti i tempi" - di produrre nuovo materiale e sul rischio che diventino la parodia di se stessi.

In realtà dovrebbe ormai essere chiaro ai più che i Rolling Stones giocano in una lega a parte, e giocano da soli. La capacità di sopravvivere (almeno per tre di loro) attraverso l’esplosione degli anni Sessanta ("Beggar’s Banquet"), la decadenza degli anni Settanta ("Exile on main street") e il nulla degli anni Ottanta ("Tattoo you") ha fatto del gruppo uno standard, una pietra miliare, un parametro. Ecco perché un nuovo album dei Rolling Stones può essere paragonato solo ad un vecchio album dei Rolling Stones.

"Bridges to Babylon" giunge dopo "Voodoo lounge", "Steel wheels" e "Dirty work", una striscia di uscite piuttosto deludenti sia dal punto di vista artistico che commerciale. Se la scarsa creatività è imputabile direttamente a Jagger-Richards, il calo delle vendite è dipeso, però, anche dall’atteggiamento del pubblico dei Rolling Stones, per il quale, ormai, l’evento più atteso è il tour, non il disco: solo con il primo è ormai possibile vivere la catarsi in compagnia di due tra i migliori performer del pianeta, mentre con il secondo si teme semmai di assaporare la dissociazione dei loro gusti personali.

In questo senso, nemmeno "Bridges" fa eccezione e sottolinea una volta di più l’abisso che corre tra la "sindrome di Peter Pan" che affligge Jagger e l’alto tasso di blues che, imperterrito, scorre nel sangue di Richards; due ore di palestra al giorno contro una bottiglia quotidiana di Jack Daniels. Ma vai a capire perché gli episodi migliori dell’album continuino a essere frutto della (involontaria?) simbiosi tra i Glimmer Twins.

Nella preparazione dell’album, invece, gli schemi non hanno rispettato la tradizione: niente ritiro dorato nei Caraibi per lavorare sulle canzoni già scritte e preventivamente approvate, ma registrazioni diluite in sei mesi a Los Angeles; stabilita la scadenza per l’inizio di un nuovo tour in autunno, i Rolling Stones hanno riservato tre sale dello stesso studio per completare i pezzi in tempo e per consentire al team di produzione formato da Don Was, dai Dust Brothers e da Babyface di lavorare nelle migliori condizioni possibili. Un disco inciso frettolosamente, quindi, rispetto ai consueti standard.

"Anybody seen my baby" è il singolo con cui Jagger ha cercato di fare proprie quelle nuove tendenze che hanno proiettato artisti come Beck nelle alte sfere delle classifiche e in cima alla lista delle preferenze della critica specializzata; il riff è accattivante, il basso pompa e - questo era proprio quanto veniva richiesto ai Dust Brothers - il pezzo rischia anche di far ballare parecchia gente. Poco importa che k.d. Lang sia stata inclusa in extremis tra gli autori perché il singolo assomigliava in maniera inquietante alla sua "Constant craving": prima ancora che i suoi legali potessero contestare gli estremi del plagio per il coro della canzone, l’ottima k.d. figurava già nei credits del disco. La classe non è acqua, d’altro canto. E ancora meno importa, soprattutto a Keith, che Jagger abbia bocciato il mixaggio di Babyface dopo averlo ascoltato, senza mai incontrare di persona il talento da lui imposto, cancellandolo dai credits.

Il tocco dei Dust Brothers è più tangibile nell’elettronica "Might as well get juiced": una lettura anni Novanta del blues, l’arte della manipolazione dei nastri, con Jagger ipnotico e ossessivo al suo meglio e felice di "sperimentare". Richards - che ha liquidato i Dust Brothers con la definizione di "gira-manopole" - qui lascia fare, pagando un dazio personale per tenere unita la band. La verità è che c’è ben poco di sperimentale in un suono mutuato da quello di artisti trent’anni più giovani e che lo hanno imposto già due stagioni fa; avremmo magari parlato di "innovazione" se questo sound fosse comparso su "Voodoo lounge", meglio ancora se su "Steel wheels". Ma, ancora una volta, il risultato è piacevole e si colloca come l’ennesima variazione sull’imperituro tema scritto dagli Stones. Perché nessuna rock band suona il blues come i Rolling Stones.

Ma dove sono finiti loro, a proposito, in "Bridges to Babylon"? Ci sono, eccome, e sono ciò che dà un senso a un buon album: in "Saint of me", già un mini classico, con le chitarre di Richards e Wood in prima linea a graffiare, dopo che l’organo Hammond ha lanciato un gospel che presto si trasforma in un rock irresistibile; in "You don’t have to mean it", con il suo soffice reggae; nella superba ballata "Already over me", che più tradizionale non si può; in "Flip the switch", brano d’apertura che potrebbe essere una out take di "Tattoo you"; in "Gun face", una vera bomba: Danny Saber in cabina di produzione fa sì che Mick si confronti direttamente con i gangsta rappers - e Mick vince, ci mancherebbe.

Un album di estremi, "Bridges to Babylon", in cui si avverte da parte di Jagger il tentativo di ripetere con "Anybody seen my baby" l’esperimento di "Some girls" (un tuffo nell’allora proliferante disco music e, a posteriori, la produzione del migliore pezzo disco dell’epoca, "Miss you"), arginato dalla tradizione sostenuta strenuamente da un Richards che, per la prima volta, canta tre pezzi - e non può che farlo a modo suo, con quella voce un po’ così ("Thief in the night", tra l’altro, lo accosta in maniera impressionante ai timbri di Willy De Ville).

La magia dell’album si materializza dopo qualche ascolto, quando i contrasti sembrano stemperarsi e lasciano spazio ad una piacevole impressione di fondo, al gusto di ascoltare un suono ormai classico ed alla voglia di considerare gli Stones alla stregua di un Muddy Waters o di un John Lee Hooker - gente per cui, pur ad età venerande, continuavano ad aumentare il rispetto e la stima degli ascoltatori. La differenza la fa il genere, quel rock ormai attempato che, però, non osa permettere a questi ultracinquantenni di invecchiare in pace e li "costringe" a suonare negli stadi...

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