«PAINT THE SKY WITH THE STARS - Enya» la recensione di Rockol

Enya - PAINT THE SKY WITH THE STARS - la recensione

Recensione del 19 dic 1997

La recensione

Prima in classifica in Italia con oltre 250.000 copie vendute: è stato questo il biglietto di presentazione con cui è arrivato nei negozi il "greatest hits" dell'artista che più di ogni altro ha saputo fondere insieme successo commerciale, musica celtica e istanze new age. Stiamo parlando di Enya, un tempo sorellina minore dei Clannad (due suoi fratelli e una sorella hanno militato a lungo nel gruppo, mentre la sua partecipazione è durata il tempo di un solo album) e adesso affermata protagonista di una musica che sposa egregiamente le potenzialità oniriche e magiche della antica musica irlandese con un suono pulito e sintetizzato, spesso consapevolmente dominato dall'utilizzo dei sintetizzatori. Il tratto che comunque riesce a distinguere la sua musica e a posizionarla casomai tra le produzioni più avanzate della nuova musica folk irlandese sta proprio nella sua voce. Qui non c'è aggiustamento o correzione 'new age' che tenga, perché la voce di Enya traspira Irlanda da tutti i pori. Così la cantante e autrice, coadiuvata da quella valida coppia di autori e produttori costituita dai coniugi Nick e Roma Ryan, ha buon gioco nel proporre una musica tanto levigata e raffinata quanto eterea e evocativa, la musica perfetta per quanti soffrano la dimensione esclusivamente strumentale di certa new age e cerchino invece, in una voce dotata come la sua, un sollievo e una direzione. Il legame con la tradizione irlandese, analizzando l'evolversi della produzione anno per anno, si è andato via via facendo più rarefatto e sottile, e non a caso probabilmente dall'album sono stati tenuti fuori dei vecchi brani dove maggiore si faceva sentire l'influenza delle ballads gaeliche: un esempio per tutti è quello fornito da un brano come "When the evening falls", contenuto su "Watermark" e qui rimasto inspiegabilmente fuori, a favore invece di qualche strumentale d'atmosfera. Stesso discorso vale per "On your shore", anch'essa contenuta su "Watermark" e qui snobbata. Probabilmente adesso questo è l'abito che Enya indossa più volentieri: sia fatta la sua volontà, ma in ogni caso peccato, visto che alla fine, per quanto bella e suggestiva, questa raccolta mette insieme brani assai simili l'uno all'altro, che rischiano di strappare qualche sbadiglio di troppo.
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