«BLACK ICE - AC/DC» la recensione di Rockol

AC/DC - BLACK ICE - la recensione

Recensione del 05 nov 2008 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

La prima sensazione, con “Black ice”, è che gli AC/DC siano improvvisamente ovunque. Soprattutto, che siano in una quantità di luoghi (mediatici, sonori, della mente) dove non erano attesi.
La seconda sensazione è che, forse con la sola eccezione di “For those about to rock (We salute you)”, i veri AC/DC mancassero dal 1980, quando pubblicarono “Back in black”, un oggetto venduto in 42 milioni di copie in un’epoca in cui l’hard rock poteva anche essere una questione mainstream.
La terza sensazione, a proposito del loro super classico, è che Angus Young e i suoi compari non avessero gettato via lo stampino di “Back in black”, del quale il nuovo album pare una costola, la naturale continuazione, o il lato C.
Brendan O’ Brien firma la resurrezione della band australiana e, a conti fatti, pare che gli spettino grossi meriti. Quali? Beh, per cominciare un grande tempismo: forse sarebbe stato più difficile mettere mano a un mostro sacro dieci anni fa mentre oggi, a 28 anni dal loro ingresso nell’empireo del rock, il produttore ha capito che poteva avere senso e valore limitarsi a ‘riscoprire’ un suono che già esisteva. La parola d’ordine è stata semplificare, il risultato sono i vecchi eccezionali riff, il dialogo naturale tra gli assoli e gli accordi, una batteria secca come un martini e un basso così essenziale che, se potesse, si scanserebbe. Inoltre O’ Brien ha capito bene cosa sono gli AC/DC, e li ha assecondati, li ha guidati alla riconquista della propria natura. Gli AC/DC sono la tradizione, rappresentano l’archetipo dell’hard rock e vivono nel culto del rock. Il rock come religione, stilema, credo, ideale, codice di comportamento. Coerente al punto da cadere nei suoi peggiori difetti, come il sessismo nei testi, il purismo a tutti i costi, i cliché a decine, gli slogan fuori dal tempo. Ma il rovescio buono della medaglia è l’essenzialità elevata a stile: nessuna contaminazione, solo il blues suonato ad alto volume. Infine O’ Brien può assegnarsi il merito di avere prodotto il primo album degli AC/DC da molto tempo a questa parte con 5-6 pezzi di grande livello – la title track, il singolo “Rock and roll train” e “Skies on fire” tra tutti; belli al punto che sembra di ascoltare vecchi pezzi (e questo vuole essere un complimento; peccato che non abbia potuto o voluto consigliare il gruppo a tagliare tre o quattro brani, che sono decisamente di troppo: ad esempio “Anything goes”, “Money made”, "Spoilin' for a fight" e "Wheels").
Ma, considerata la refrattarietà degli AC/DC all’atomizzazione della musica e il loro sbandierato rifiuto di cedere a iTunes, pare ovvio che “Black ice” voglia rivendicare la sua personalità di album e desideri presentarsi come un monoblocco i cui difetti si confondono con i pregi (‘assomiglia troppo a “Back in black”’; ‘è un disco conservatore’, etc.) e suonare anche come un esaltante esercizio di riscaldamento per un tour già sold out ovunque, che restituisce la band alla propria dimensione con materiale all’altezza della propria grande storia. E’ un’ode al rock 'n’roll ad alto voltaggio, questa, quindi funziona naturalmente molto bene per gli iniziati – ma è perfetta per chiunque pensi che il rock è soprattutto quella cosa senza tastiere e con un guitar hero originale.

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