«LIVE AT SHEA STADIUM - Clash» la recensione di Rockol

Clash - LIVE AT SHEA STADIUM - la recensione

Recensione del 16 ott 2008

La recensione

“Welcome to the Casbah Club!” esordisce Joe Strummer al microfono dopo che l’mc dei Clash Kosmo Vinyl, accento cockney e piglio spavaldo, ha fatto tutto il possibile per scaldare i cinquantamila sugli spalti inzuppati di pioggia. Una parola: quelli sono lì per tracannare birra, ingurgitare hot dog e sciamare senza sosta sulle gradinate mentre aspettano impazienti l’arrivo sul palco degli Who, gli headliner della serata. Così Mick Jones si deconcentra mentre canta “Police on my back” e Joe deve intervenire in suo soccorso “invitando” gli astanti a fare meno casino; più tardi li stuzzicherà apertamente fantasticando di poterli trattare come tante cavie da laboratorio. Tutto documentato su questo “live” breve ma integrale (50 minuti era il tempo concesso ai Clash nel ruolo di apripista a Townshend e compagni) registrato il 13 ottobre del 1982 allo Shea Stadium di New York, lo stadio dei Mets, dei Jets e dei Beatles attualmente in demolizione. Doppia occasione celebrativa, allora. Perché è vero che i Clash qui sono già orfani di Topper Headon (onorevolmente rimpiazzato dietro i tamburi dal suo predecessore Terry Chimes), dilaniati da lotte intestine, tentati oltre misura dalle lusinghe dello star system (la Cadillac convertibile che li porta in giro per Manhattan, David Bowie e Andy Warhol che li omaggiano in camerino). Ma forse anche per questo sono così feroci, affilati, concentrati: 50 minuti di scariche ad alta tensione, di intensa frenesia resa ancora più spettacolare dalla sorprendente qualità della registrazione. Il palco come campo di battaglia, i quattro in assetto da guerriglia urbana (riprese da quel concerto circolano da molti anni e ora sono incluse anche nel dvd “Revolution rock”). Anfibi, mimetiche, il basco di Jones e i capelli rasati alla mohicana di Strummer in omaggio al Robert De Niro/Travis Bickle di “Taxi driver”. “Tommy fucile”, bombe spagnole e le pistole di Brixton. Fughe dalla polizia e scaramucce con la legge (che alla fine vince sempre). Si chiamano, non a caso, lo Scontro, amano stare sul filo del rasoio e non si fanno certo intimidire da quella marea di ragazzini brufolosi a cui non frega niente di ascoltare canzoni che parlano di guerra civile e di bombe dell’Eta, di Londra impaurita dalla minaccia nucleare, di apocalisse prossima ventura e di opportunità di carriera che non bussano mai alla porta (“Career opportunities”, già edita in questa versione sulla compilation live del 1995 “From here to eternity”). Da “London calling” a “I fought the law” la scaletta è tiratissima e senza pause, “Rock the casbah” e “Should I stay or should I go” che hanno sfondato anche in Amerika al posto di “White riot” e di “(White man) In Hammersmith Palais” e pace all’anima ai punk duri e puri della prima ora. Scordatevi certe sottigliezze di “Sandinista!” e di “Combat rock”, qui la musica dei Clash è una corsa a rotta di collo in mezzo a chitarre effettate, echi, bassi tonanti e urla di guerra, con l’acceleratore sempre premuto a tavoletta. Da Harlem a Kingston la medley “The magnificent seven”/”Armagideon time”, fusione di proto rap bianco e dub punk in puro stile Notting Hill, viaggia a velocità doppia rispetto ai dischi, 78 più che 33 giri e un terzo. Così anche “Train in vain” mentre “Clampdown” è la solita schiacciasassi. Mai una pausa, neanche il tempo di tirare il fiato ed è già l’ora di lasciare il palco, adios e muchas gracias. Nel backstage Mick gongola, Joe e Paul Simonon sono confusi, i fan sempre più lontani, tenuti a distanza dalla security e da un palco irraggiungibile. “Non volevano diventare così grandi da non riuscire più a raggiungere la gente” scrive nelle note di copertina il fotografo Bob Gruen, a proposito della brusca chiusura dell’avventura che arriverà neanche un anno dopo (lasciamo stare “Cut the crap” e i Clash MK II, contano poco o niente). Il live allo Shea Stadium fotografa l’inizio della fine, ma qui i Clash suonano ancora come “l’unica band che conta”, con una dignità, un orgoglio rabbioso e una tensione solitamente sconosciuti al rock da stadio e alle sue imbalsamate celebrazioni. Sappiamo com’è andata a finire. I Clash sono finiti dritti all’inferno, “straight to hell”. Ma almeno non hanno avuto il tempo di vendere l’anima al diavolo.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Kosmo Vinyl introduction
02. London calling
03. Police on my back
04. The guns of Brixton
05. Tommy gun
06. The magnificent seven
07. Armagideon time
08. The magnificent seven (return)
09. Rock the casbah
10. Train in vain
11. Career opportunities
12. Spanish bombs
13. Clampdown
14. English civil war
15. Should I stay or should I go
16. I fought the law
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