«PACIFIC OCEAN BLUE (DELUXE EDITION) - Dennis Wilson» la recensione di Rockol

Dennis Wilson - PACIFIC OCEAN BLUE (DELUXE EDITION) - la recensione

Recensione del 05 ago 2008

La recensione

Sarà colpa di Charles Manson, della Grande Utopia fallita e della troppa droga che circola per le strade, ma negli anni Settanta Los Angeles è una metropoli sudicia, malata e paranoica, i papponi di Hollywood e i barboni di Venice Beach al posto dei ragazzoni biondi tutto surf e fun fun fun del decennio precedente. Di quei ragazzi da spiaggia Dennis Wilson, il Beach Boy meno celebrato che se ne stava nascosto dietro piatti e tamburi, era stato il prototipo: bello, alto, atletico, abbronzato, uno che dava del tu alle onde dell’oceano, che faceva impazzire le ragazze e che guidava auto sportive a tutta velocità sulla 101 prima di consegnarle allo sfasciacarrozze. Il modello a cui Brian, il fratello maggiore geniale e introverso, si era ispirato per metter giù spensierati classici dei Sixties come “Surfin’ USA” e “Good vibrations”. Così, quando il suo primo e unico disco solista uscì nel 1977 in pieno tifone punk (sul Sunset Boulevard scorrazzavano già i Germs e gli X di John Doe ed Exene Cervenka) nessuno si aspettava una musica del genere. Malinconica e struggente, inquieta e quasi ultraterrena. Lo scruti nell’intenso primo piano di copertina, barba e capelli lunghi che lo fanno assomigliare al Jeff Bridges di Big Lebowski, e quasi non lo riconosci, Dennis, consumato e trasfigurato da una vita vissuta intensamente e oltre ogni limite: sei anni dopo proprio l’amato Oceano Pacifico se lo inghiottirà per sempre al largo di Marina del Rey. Né ci scovi il dna Beach Boys, in queste canzoni, se non nell’uno-due iniziale, quel maestoso gospel bianco che si intitola “River song” (i ragazzi da spiaggia lo proponevano dal vivo già quattro anni prima) e quella “What’s wrong” che è l’unica melodia leggera e spensierata della collezione. Nei crediti spuntano i nomi di Mike Love, di Bruce Johnston e del fratellino Carl (contitolare degli studi Brother in cui avvennero le registrazioni), ma ad ascoltare queste crepuscolari sinfonie pop viene piuttosto in mente il Gene Clark di “No other” (un altro piccolo, dimenticato capolavoro della dark side di California), e certi funk neorleansiani a passo rallentato anticipano di anni il Robbie Robertson di “Storyville”. Dennis, qui, è il protagonista assoluto, e suona tutto quel che gli capita a tiro: piano elettrico e clavinet, Hammond e sintetizzatori, tuba e trombone, cello e marimba, glockenspiel e cetra, armoniche e bassi: quando non basta, si fa aiutare da rodati session men e da sezioni d’archi, d’ance e di ottoni, tanto per ribadire che Brian non era l’unico, in casa Wilson, a sognare una musica grandiosa e in cinemascope. Quell’arsenale di suoni è solo una copertura: il cuore di queste canzoni agrodolci, sentimentali e spirituali che parlano di fiumi e chiari di luna, di arcobaleni e infiniti orizzonti marini, di amici che non ci sono più (“Farewell my friend”) e amori caduchi sempre sul punto di appassire (“Thoughts of you”, una “You and I” quasi da Bee Gees) è nudo e fragile. Un pianoforte Steinway suonato con poca tecnica e molta inventiva, una voce roca, affaticata, attorcigliata su se stessa, a volte persino sgraziata che nelle note di copertina il discografico di Wilson, James William Guercio, paragona a quella di un uccello ferito. Che suono vuoi, gli chiedevano in studio il coproduttore Gregg Jakobson e il giovane tecnico John Hanlon. E lui: “Voglio la verità”, “una profondità che faccia vibrare le ossa”. Missione compiuta, l’arte che corre a fianco della vita finché ce n’è, fino “alla fine dello show”. Il lungo post scriptum non è necessario ma comunque interessante, con outtakes inedite ricercate dai collezionisti e un cd intero dedicato a ricostruire la grande incompiuta di “Bambu”, il disco vagheggiato e mai completato di cui sopravvivono canzoni finite e semilavorati affastellati in anni di furia creativa e discesa personale negli inferi. Qualche rock blues canonico (“Under the moonlight”), qualche sentore di Caraibi (“Constant companion”) e di New Orleans (“Time for bed”), clarinetti jazz e chitarre quasi pinkfloydiane, altre malinconie e la ricerca feroce dell’amore (“Love remember me”, “Love surrounds me”). E’ il sole di Los Angeles che cala in un tramonto rosso fuoco, un motore che scoppietta e starnutisce prima di fermarsi, il diario di una star vulnerata. Se cercate musica vérité, canzoni pop come cronaca di vita, questo è il disco che fa per voi.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

CD 1: “Pacific ocean blue”
05. Dreamer
07. Time
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.