«SAME OLD MAN - John Hiatt» la recensione di Rockol

John Hiatt - SAME OLD MAN - la recensione

Recensione del 08 ago 2008

La recensione

Date retta a lui, che stavolta lo dice chiaro e tondo di essere il vecchio uomo di sempre, solo con “qualche cellula cerebrale e molti capelli in meno” (ironico lo è sempre stato, anche questa non è una novità). A parte qualche sbandata new wave in gioventù, quando frequentava gente come Nick Lowe e Costello, Hiatt ha sempre avuto un debole per i bei tempi andati, un mondo svanito che aveva per colonna sonora vecchi singoli a 45 giri, il blues del Mississippi, l’r&b di New Orleans, il soul e il rock’n’roll di Memphis. La grande American Music, insomma, che lui, nato a Indianapolis, è dovuto andarsi a cercare in giro per gli States. Non solo con l’immaginazione, come racconta in dettaglio in “Old days”, il titolo che apre il nuovo disco: un resoconto episodico e chissà quanto romanzato della sua vita on the road a fianco di John Lee Hooker e di Mose Allison, di Sonny Terry e di Brownie McGee, di Clarence “Gatemouth” Brown e di John Hammond Jr. Dalle compagnie che frequenti si capisce anche che tipo sei: e Hiatt oggi è un uomo di quasi cinquantasei anni che passa il tempo a masticar radici di musica tradizionale, che ama la country music ma non sembra più aver bisogno “di una Telecaster con il vibrolux e la manopola del volume sul dieci” come ai tempi di “Memphis in the meantime” (da “Bring the family”, 1987, il suo capolavoro indiscusso). Alle chitarre elettriche e acustiche, al mandolino e alla National Resonator, qui, c’è di nuovo Luther Dickinson dei North Mississippi All Stars, ma il sanguigno blues elettrico della famiglia musicale già presente in forze sul precedente “Master of disaster” latita in un disco agreste e crepuscolare come la sua copertina, nostalgico e polveroso, leggero e con poche pretese: più vicino a Tupelo che a Memphis, verrebbe da pensare, più prossimo agli stati granaio del Midwest che alle città sudiste con i loro vecchi juke joints. Sulla pelle di Hiatt affiora piuttosto una nuova voglia dylaniana, e d’altronde tra lui e l’uomo di Duluth le corrispondenze non risalgono ad oggi (negli anni ’80 Dylan incise una sua canzone, “The usual”). Dunque, l’home studio in cui quest’album è stato registrato si chiama Highway 61, e canzoni come “On with you” e “What love can do”, in certi passaggi, evocano in modo quasi imbarazzante “All along the watchtower” e “Simple twist of fate”: anche se l’impronta che lasciano è lieve e Hiatt sembra non tenerci affatto a rimanere forever young (“La verità”, canta nella title track, “è che non sono mai stato giovane”, “sparato come un proiettile da un vecchio fucile arrugginito”). Non è questo il problema: semmai lo è il fatto che la voce è un po’ offuscata e che stavolta la qualità del songwriting e delle esecuzioni non eccelle. Come se mr. Hiatt si accontentasse di guidare un trattore a marce ridotte invece che la fiammante Cherry Red di cui canta nell’omonima canzone rievocando forse inconsciamente il fantasma del grande Warren Zevon. “Love you again”, “Hurt my baby”, “Two hearts”, “Let’s give this love a try” – i temi dominanti, si sarà capito, sono l’amore e il tentativo di riconquistarlo – navigano di piccolo cabotaggio su acque placide, con arrangiamenti semplici e scarni in odor di country-folk-rockabilly (qualche harmony vocal della figlia Lilly, anche). E se vi procurate l’edizione deluxe del disco, con sei video live ripresi dal programma “Austin City Limits” (ci sono anche la meravigliosa “Have a little faith in me” e la chitarra slide di Sonny Landreth) il paragone può anche risultare impietoso. Questione di prospettive, comunque: Hiatt predica da molti anni ai convertiti, e la sua piccola congregazione di fedeli parteciperà di buon grado anche a un vespro intimo e dimesso come questo.


(Alfredo Marziano)
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