«GAVIN DEGRAW - Gavin DeGraw» la recensione di Rockol

Gavin DeGraw - GAVIN DEGRAW - la recensione

Recensione del 07 mag 2008 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Cosa spinge un cantante a dare al suo secondo disco non un titolo ma il proprio nome? Probabilmente la sensazione che il primo album fosse una prova generale, mentre sia il secondo quello in cui davvero si mette a fuoco la propria identità musicale. Se così fosse, forse ci siamo fatti un'idea parzialmente sbagliata di Gavin DeGraw: lui, qualcuno se lo ricorderà, è quello di “Chariot”, canzone che ebbe un discreto successo radiofonico anche in Italia attorno al 2005. In realtà, il disco da cui era tratta (e che portava lo stesso titolo) era uscito da un paio d'anni, ed era decollato lentamente, grazie alla sua miscela azzeccata di pop, rock, soul (componente, quest'ultima, presente sopratutto nella versione bonus del disco, con tutte le canzoni incise per voce, piano e chitarre acustiche).
Chi lo ha visto dal vivo (in Internet c'è molto materiale su di lui; in Italia è passato solo per un paio di concerti promozionali, l'ultimo qualche settimana fa), sa che è questa la dimensione a lui più congeniale: ha una gran voce, alla Stevie Wonder, che rende perfettamente anche solo con un piano.
Invece negli ultimi tempi Gavin DeGraw si è fatto notare con un altro sound: quello del primo singolo estratto da questo album, “In love with a girl”, che ha avuto una discreta accoglienza da parte delle radio. Un sound rock, basato sulle chitarre elettriche, già presente in alcuni episodi di “Chariot”, ma in modo tutto sommato minoritario.
Tutto questo per dire che “Gavin DeGraw” prosegue sulla strada di quel suono: è un disco decisamente più rock. Lui dice (vedi la nostra recente intervista) che questo suo lato fa parte della sua personalità, da sempre. Il fatto è che con questo album Gavin DeGraw si conferma su diversi fronti. Quello della scrittura, innanzitutto, e con esso dell'interpretazione vocale: riesce a comporre canzoni che viaggiano tra il pop-rock (“Cheated on me”, tanto per fare un esempio), i mid-tempo e le ballate (“Untamed” e “Medicate the kids”) con una facilità incredibile senza cadere nel banale e cantarle in modo ancor ancora più naturale. Però conferma che il meglio arriva in quest'ultimo campo, ovvero quando non forza troppo i ritmi, e ha più spazio per dispiegare la sua voce. E, ahinoi, conferma anche la tendenza a saturare un po' i suoni in certi frangenti. La scelta di fare rock non aiuta, su questo versante: in certi momenti si ha la sensazione che le canzoni siano troppo piene, e che con una voce e una scrittura del genere basterebbe molto meno.
Insomma: “Gavin DeGraw” conferma il talento di questo artista; un po' più di semplicità negli arrangiamenti, però, farebbe un gran bene a queste belle canzoni.

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