«HARD CANDY - Madonna» la recensione di Rockol

Madonna - HARD CANDY - la recensione

Recensione del 24 apr 2008 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Eccolo, l'atteso ultimo album di Madonna per la Warner. Un disco che segna la fine di un'era, e l'inizio di una nuova: ad “Hard candy” seguirà (abbastanza a breve, si dice in giro) una raccolta, poi Madonna si trasferirà armi e bagagli alla Live Nation, dando l'ennesimo segnale di fine della discografia tradizionale: inciderà per un promoter – IL promoter più potente del mondo – che le ha garantito un chiacchierato contratto “totale”, che copre ogni aspetto della sua attività artistica e non.
Ogni disco di Madonna genera curiosità, e le ultime vicende professionali dell'artista non hanno fatto altro che aumentare il tasso di attesa, già alle stelle. Cosa si sarà inventata questa volta? Un disco d'addio alla sua casa storica? Un disco “normale”? Qualche anticipazione circola in rete da tempo. Ma ascoltando “Hard candy” la prima considerazione da fare è che si tratta sostanzialmente di un disco piacevolmente conservatore.
"Hard candy" è, come largamente anticipato, un disco danzereccio ma contemporaneo, senza i riferimenti retrò di “Confessions on the dancefloor”. Insomma, un disco “normale”, per quanto può esserlo un album di Madonna: non è un caso che a fare la parte del leone qua dentro siano i due marchi di fabbrica più in voga del pop contemporaneo: i Neptunes di Pharrell Wiliams (co-autore e produttore di 7 brani) e la coppia d'oro, Timbaland e Justin Timberlake, al lavoro su 5 canzoni. Una volta Madonna andava a pescare produttori e DJ d'avanguardia, lanciandoli. Oggi va sul sicuro, coinvolgendo sempre i migliori, ma scegliendo gente già largamente affermata.
In “Hard candy” si alternano brani di hard-pop un po' schizofrenico secondo la filosofia di Timberlake/Timbaland a dance più tradizionale alla “Beat goes on” o “Give it to me” (persino un po' tamarra nell'uso dei sintetizzatori) a pop più lineare come la ballata “Devil wouldn't recognize you”. In diversi casi del primo filone Madonna sembra addirittura fare un passo indietro rispetto a Timberlake, soprattutto nel singolo “4 minutes” o in “Dance2tonight”: Rolling Stone, lasciandosi suggestionare dalla copertina del disco e dalle prime parole di “Voices” (“Who is the master, who is the slave?”) ha addirittura ipotizzato una chiave di lettura sado-maso del disco: da dominatrice, ossessionata del controllo su musica produzione e quant'altro, Madonna in questo disco si diverte a farsi dominare.
Sarà. Sta di fatto che “Hard candy” è un passo avanti e un passo indietro, contemporaneamente: un passo avanti perché Madonna non sta mai ferma, le piace stupire, nessuno come lei sa fare musica pop, e “Hard candy” ne è l'ennesima conferma. Un passo indietro perché alla fin fine, “Hard candy” è un bel disco di un'artista che non sbaglia mai un colpo, ma lascia un po' di amaro in bocca: è tutto sommato abbastanza prevedibile: è esattamente quello che ti aspetti, se conosci le tendenze sonore di Timbaland/Timberlake e di Pharrell Williams. “Hard candy” manca di quei grandi colpi di genio che ti aspetti da una come lei, sia quando rimastica la musica dei decenni precedenti (come ha fatto egregiamente in “Confessions on the dancefloor”), sia quando vuole confrontarsi con il presente come in questo album.

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