«SHINE A LIGHT - Rolling Stones» la recensione di Rockol

Rolling Stones - SHINE A LIGHT - la recensione

Recensione del 01 mag 2008 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Chi ha visto il film, ricorderà l’immagine in cui Mick Jagger, ripreso a bordo di un jet privato in volo, spunta la lista delle canzoni papabili per il concerto-benefit del Beacon Theatre di New York dal quale Martin Scorsese avrebbe tratto “Shine a light”. Marty, che come da copione è poi riuscito a confezionare un documento straordinario e molto bello, era ossessionato dalla set list, al punto da farne – suo malgrado – una gag in fase di montaggio del film. Ma mi piace immaginare che Mick, che è comunque stronzo e sadico al punto giusto, stesse comprensibilmente rimuginando su come evitare le trappole dell’ennesimo live album del suo gruppo. Il catalogo degli Stones assomiglia a un sancta sanctorum dei classici del rock, infatti: come scegliere, come non ripetersi?
Via la testa, via la coda, resta il cuore della produzione, con un inatteso vincitore: “Some girls” che, a parte “Shattered” quasi in apertura di concerto, si propone con una tripletta devastante a metà del primo CD. La title track, “Just my imagination” e “Faraway eyes” rispolverano un mood che, negli anni, ha rischiato di essere oscurato da “Miss you” e dalle sue un poco sconce strizzatine d’occhio alla disco. E invece no: il country esilarante, quasi kitsch, di “Faraway eyes” è uno dei momenti topici di “Shine a light” e si rivela l’introduzione perfetta per quello che è il suo migliore episodio in assoluto: il blues di “Champagne & refer”, un classico di Muddy Waters eseguito insieme a Buddy Guy, l’oste preferito (con il suo locale Legends) quando la band passa da Chicago ma, ovviamente, soprattutto un maestro assoluto, che contribuisce da protagonista a pennellare il suono di questo album (e Keith, alla fine, gli regala la sua chitarra…). Gli Stones che suonano il blues in un teatro: mozzafiato.
La set list, alla fine, si rivela eccellente, cuce “Beggars banquet” (“Sympathy for the devil”) con “Let it bleed” (“You got the silver”: Keith Richards è commovente) con “Sticky fingers” (“Brown sugar”) con “Exile on Main St.” (“Tumbling dice”) con “Some girls” con “Tattoo you” (“Start me up”). L’ennesimo viaggio nella carriera ma, per una volta, soprattutto un saggio di come gli Stones siano oltre i generi, di come il loro stile sia un marchio di fabbrica che tutto incorpora e riproduce con originalità impareggiabile. Gli Stones distillano i generi, le band imitano gli Stones: è veramente così semplice.
“Shine a light” è il loro migliore live dai tempi di “Get yer ya ya’s out”. Quell’album era fantastico sia perché testimoniava il tour del 1969, fresco della grandezza epica di “Beggar’s banquet”, sia perché era fedele alla band nella riproduzione del suo suono dal vivo. Gli Stones ci piacciono sporchi, come il sugo meno raffinato e più saporito, imperfetti e sul filo del rasoio, così apparentemente semplici ma poi inimitabili. Ecco, “Shine a light” ha questo merito: recupera con un ottimo mixaggio il migliore suono blues-rock possibile. Ed è qualcosa che si nota molto anche guardando il film, con le telecamere che aiutano a cogliere il migliore team chitarristico della storia quell’attimo prima che i loro strumenti, incrociandosi, diano vita al celebre impasto sonoro della band. Chitarre precise e taglienti per dare vita a una miscela ruvida; un suono grezzo in quanto autentico, grande perizia e cuore enorme, riff come pennellate di un maestro. Il risultato è una specie di bootleg d’autore.

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