«MEMORY ALMOST FULL - Paul McCartney» la recensione di Rockol

Paul McCartney - MEMORY ALMOST FULL - la recensione

Recensione del 31 mag 2007

La recensione

Ma sì, sono sempre stato dalla parte di McCartney, sono un beatlesiano paulista. Pensate che mi piaceva persino “Wild life”, l’album degli Wings (1971) che quasi tutti considerano il nadir della produzione musicale dell’ex Beatle.
Recentemente, però – diciamo più o meno dall’inizio di questo secolo – ho cominciato a perdere il contatto con Mr Thumbs-up (è successo quando l’ho visto gigioneggiare, con i suoi bei capelli tinti di rosso, alla presentazione milanese di “Wingspan”, l’antologia degli Wings – sarà stato il 2001, circa).
Nemmeno il tanto elogiato e Grammy-nominato “Chaos and creation in the backyard” mi ha riconvertito: sarà che l’ho ascoltato poche volte, sarà che l’unanimità dei consensi mi aveva indispettito, sta di fatto che non sono fra quelli che hanno gridato al McCartney ritrovato, dopo l’uscita del Cd prodotto da Nigel Godrich. Qui a Rockol, però, restano convinti che debba essere io a recensire certi dischi: Beatles, ex Beatles e dintorni, la cricca Bowie Reed & Co, i Kraftwerk e compagnia elettronica, e qualche stranezza pazzesca tipo il disco di Manlio Sgalambro. Sicché questo “Memory almost full” me l’hanno rifilato di corsa. E giuro che mettendomi ad ascoltarlo mi sono ripromesso di essere il più possibile obbiettivo (gli amanti delusi, si sa, restano incattiviti a lungo, ma ormai certe ferite si sono rimarginate). tanto che il pezzo di apertura, “Dance tonight”, col suo mandolino allegrotto, mi ha messo di buon umore e in buona disposizione d’animo (mi ha ricordato, pensa te, “Holly Days”, il tributo a Buddy Holly cantato da Denny Laine e prodotto da McCartney nel lontanissimo, paleozoico 1976).
Poi è entrata “Ever present past”, e di colpo mi è tornata in mente una cosa che dicevo per stupire i colleghi, parecchio tempo fa: e cioè che Gilbert O’Sullivan è stato un piccolo McCartney, un Paul in sedicesimo. Perché, caspita, “Ever present past” sembra proprio una canzone di Gilbert O’Sullivan (quello di “Clair”, di “Nothing rhymed”, di “Alone again”, di “We will”, ma di quando la buttava sul simpatico e scanzonato: “Get down”, “Out of the question”, “Ooh wakka doo wakka day”). Solo, meno carina, meno graziosa, meno orecchiabile. E mi sono chiesto: vuoi vedere che McCartney è diventato un piccolo Gilbert O’Sullivan (senza offesa, s’intende - anzi?).
Non che il pezzo seguente (“See your sunshine”) mi abbia fatto cambiare idea: anzi, dalla terza traccia “Memory almost full” diventa una specie di disco degli Wings – una specie di mediocre disco degli Wings. Prendete la quarta traccia, “Only mama knows” (che qualche sconsiderato ha già paragonato a “una versione più metal di ‘Helter Skelter’” – ma dico, scherziamo? al massimo ricorda “Oh woman, oh why”, il lato B di quel piccolo capolavoro che era “Another day”, 1971): sembra una roba degli Wings, solo che la voce di trent’anni fa non c’è più. E poi arriva “You tell me”, una tragedia: dolciastra da far venire il diabete, cantata con un approccio strappalacrime, un testo da cartiglio di Baci Perugina... bleah.
A proposito di testo, quello di “Mr Bellamy” è proprio curioso: parrebbe scritto dal punto di vista di un gatto scappato su un albero che non vuole scenderne. Bizzarro, ed è bella contorta anche la situazione musicale: qualcuno ricorda “Magneto and Titanium Man”, una minisinfonia da “Venus and Mars”, 1975? Ecco, più o meno: sembra gli Electric Light Orchestra. Pomposetta e francamente goffa. Come imbarazzante è lo sforzo di Macca per fingere di avere la voce che non ha più in “Gratitude”.
Quando è arrivata “Vintage clothes”, che parte bene (sembra uscita da “London Town”, Wings 1978) e introduce il già tanto chiacchierato medley “nostalgico-retrospettivo” che occupa quasi tutta la seconda metà del disco, mi è parso di poter riprendere fiato: canzone carina, concetto condivisibile (“non vivere nel passato, non stare attaccato a qualcosa che cambia in fretta: siamo quello che siamo, e vestiamo abiti vintage”), durata limitata (poco più di due minuti). E non è male nemmeno “That was me”, con il suo saporino rockabilly sottolineato da un testo assolutamente diaristico che ripercorre per allusioni le tappe della vita dell’autore (ha anche il pregio di durare il giusto, due minuti e mezzo). Poi il medley prosegue con “Feet in the clouds”, e anche questa è carina: solo che sembra un brano minore di un album di quelli di Ringo Starr da solista degli anni Novanta (”Time takes time” o “Vertical man”, per intenderci)... il che è tutto dire, pur considerando che a me gli album di Ringo hanno sempre fatto tenerezza e ci ho sempre trovato delle cose carine. Peccato che il finale sia un puro delirio di voce filtrata dal vocoder, roba da David Zed, per chi sa cosa sto dicendo. Il medley chiuderebbe qui: e prima che a qualcuno venga in mente di paragonarlo al medley di “Abbey Road”, meglio dir subito che al massimo può ricordare il medley di “Red Rose Speedway”, “Hold me tight”/”Lazy Dynamite”/”Hands of love”/”Power cut” (1973) – che però personalmente trovo più vispo e divertente.
Su “House of wax” preferirei sorvolare: quasi cinque minuti di ballatona rock, che magari farebbe la sua figura in un’arena americana, ma su disco stucca.
Fortunatamente la penultima traccia, “End of the end”, restituisce un McCartney di qualità: una ballad voce e pianoforte pensosa, composta, ben cantata, emozionante anche nel testo (“Nel giorno in cui morirò vorrei che si raccontassero storielle divertenti, e che i racconti del passato venissero arrotolati come tappeti sui quali i bambini hanno giocato e sono stato distesi mentre ascoltavano i racconti del passato... In fin delle finite è l’inizio di un viaggio per un posto molto migliore.... non c’è ragione di piangere”). Candidata al ruolo di canzone più suonata ai funerali dei prossimi anni – attualmente detenuto da “My way” versione Sid Vicious – “End of the end” sarebbe un piccolo capolavoro, se McCartney non ci avesse infilato in mezzo una parte fischiettata che, francamente, poteva risparmiarci e risparmiarsi (anche pensando a “Jealous guy”, suvvia).
Peccato che poi Paul ricada in basso con un’inutile e rumorosa “Nod your head”, che spezza l’atmosfera commossa di “End of the end” e conferma, almeno a me, l’opinione complessiva che mi sono fatta di questo disco: ampiamente pleonastico.
Oh, lo so che questa recensione potrebbe scatenare una caccia all’uomo da parte dei fan sempre e comunque, dei fedelissimi sordi e ciechi. Eccomi qua: come San Sebastiano, offro il petto alle frecce e agli insulti e alle minacce. In fondo, quarant’anni di beatlismo paulista mi hanno guadagnato il diritto di dir male di un disco di McCartney. L’ho fatto, a mio rischio e pericolo.

(Franco Zanetti)

Tracklist:
“Dance tonight”
“Ever present past”
“See your sunshine”
“Only Mama knows”
“You tell me”
“Mr. Bellamy”
“Gratitude”
“Vintage clothes”
“That was me”
“Feet in the clouds”
“House of wax”
“End of the end”
“Nod your head”
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