«OUR EARTHLY PLEASURES - Maximo Park» la recensione di Rockol

Maximo Park - OUR EARTHLY PLEASURES - la recensione

Recensione del 24 mag 2007 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Alla fine è sempre con “Lui” che si devono confrontare. “Lui” è il famigerato e temuto "Signor Secondo Album". Loro sono le band britanniche facenti parte del nuovo movimento indie-rock: Bloc Party, Franz Ferdinand, Kaiser Chiefs, Arctic Monkeys, Futureheads, Editors, Rakes e, per l’appunto, i Maximo Park.
Così come per alcune delle formazioni sopra citate, il disco d’esordio dei Maximo Park (“A certain trigger”, 2005) entusiasmò pubblico e critica, collezionando elogi per il suo piglio rock’n’roll e la concomitante freschezza pop. Ed in effetti brani come “Apply some pressure” e “The coast is always changin’” rappresentarono appieno questa definizione, così come diversi altri episodi dell’album.
A distanza di due anni riecco i cinque ragazzi di Newcastle - accompagnati dal produttore Gil Norton (Pixies, Feeder, Counting Crows, Foo Fighters) - ripresentarsi tenendo tra le mani “Our earthly pleasures”, la loro seconda opera.
La prima caratteristica del nuovo disco è il suo minore impatto rispetto al debutto e la sua quindi classificazione nel settore “album a presa lenta”. E’ infatti solo dopo alcuni ascolti che “Our earthly pleasures” inizia a togliersi di dosso quella patina che lo aveva fatto sembrare un lavoretto dalla sufficienza risicata e scopre le sue vere doti.
Ecco così brani freschi e veloci in tipico stile Maximo che forse non propongono nulla di innovativo, ma semplicemente la loro azzeccatissima formula a base di chitarre veloci e synth-pop come in “Girls who play guitar” e lo splendido singolo “Our velocity”. L’eco del più languido pop-rock degli Smiths si fa invece sentire prepotentemente in ballate interessanti come “Books from boxes”, “Your urge” (forse la migliore dell’album) e “Be my monumental” (la più morrisseyana). A metà strada tra le due correnti stazionano altri due episodi da segnalare come la riflessiva “Nosebleed” (“Some people hide their emotions, some people show too much. Did we go too fast? Is that why your nose is bleeding?”) e la conclusiva “Parisian skies”. Meno fresco e frizzante rispetto al suo predecessore, “Our eathly pleasure” si rivela un album discreto, un buon compagno di viaggio con il quale si può far bisbocce, ma ci si può anche fermare a riflettere su qualcosa di maggiormente profondo. Did we go too fast?

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