«CASSADAGA - Bright Eyes» la recensione di Rockol

Bright Eyes - CASSADAGA - la recensione

Recensione del 28 giu 2007

La recensione

Come molte altre figure di culto dell’indie rock contemporaneo, Sufjan Stevens o Will Oldham tanto per fare due nomi, Conor Oberst in arte Bright Eyes è un musicista iperproduttivo, fin troppo generoso, disordinato, un po’ arruffone. Come altri colleghi della sua generazione (di anni ne ha soltanto 27, a dispetto di un percorso artistico già lungo e frastagliato), ha scoperto pian piano la seduzione del passato e la forza della tradizione: e se Cat Power s’è innamorata del soul classico di Memphis, lui s’è avvicinato gradualmente al folk revival e all’honky tonk, al Greenwich Village dei primi Sessanta e agli outlaws di Nashville. “Cassadaga”, che prende il titolo dal nome di una comunità esoterica della Florida da qualcuno definita “il centro psichico del mondo” (cfr. Wikipedia), è il diario di un suo viaggio geografico e spirituale, alla ricerca di un “nuovo sé”. Non possiamo garantire sugli esiti della missione, ma sulla qualità della musica sì: anche se la strada non è nuova, neppure per lui che vi si era incamminato già con dischi come “Lifted…” o il recente “I’m wide awake, it’s morning”, mai prima d’ora mr. Oberst aveva confezionato una raccolta di canzoni così compatta, serrata, colorata, suggestiva. Quasi uno psico-musical, o un concept album “on the road”, ché la grandeur visionaria ogni tanto gli batte in petto, si manifesta nelle visioni apocalittiche e nelle invettive politiche di cui sono infarciti i testi, in certi pieni orchestrali e coloriture psichedeliche sparse sulle musiche. Ma sono ambizioni ben riposte, quelle dell’ambizioso songwriter del Nebraska, che quasi sempre riesce a tenere a bada la voglia straripante e ad accordare la grande orchestra di suoni e voci che lo accompagna lungo il cammino (tra i numerosi collaboratori spiccano i fedeli gregari Mike Mogis e Nate Walcott, il cantautore M Ward, la coppia regina del folk revival Gillian Welch & David Rawlings).
Come all’assaggio di un vino stagionato, si annusano e gustano sentori diversi in queste tredici canzoni: lo space rock degli anni Settanta e il folk rock dei Waterboys (nell’esuberante singolo “Four winds” con il bel violino spiritato di Anton Patzner), i Pink Floyd e il pop vellutato di Bacharach e di Phil Spector (nei sospiri eterei di “Make a plan to love me”), le “protest songs” di Eric Andersen e Barry McGuire (“No one would riot for less” ha la grandiosità di un pezzo dei Moody Blues), Leonard Cohen e i grandi affreschi orchestrali di Van Dyke Parks, il country cosmico di Gram Parsons e persino un pizzico di etno-rock mediorientale (“Coat check dream song”), per non parlare delle assonanze con i contemporanei Ryan Adams, Wilco, Lambchop. Troppa grazia, potrebbe pensare qualcuno. Ma tra lap steel, chitarre acustiche, archi, pianoforti, fisarmoniche e violini country Oberst non perde quasi mai la bussola, disegnando un orizzonte americano a tutto schermo, arioso e spazioso, nostalgico e molto, molto evocativo. Ha dalla sua l’intensità di quella inconfondibile voce sofferta e tremolante, una bella dose di energia (“Soul singer in a session band”) e un bel gruzzolo di belle canzoni. Soprattutto le ultime due: “I must belong somewhere” è uno dei pezzi più contagiosi e trascinanti del momento, Lime tree” ha il pathos e i crescendo delle migliori cose di Damien Rice e Ray LaMontagne. Certi ammiratori di vecchia data (cfr. la recensione di Pitchfork) gli rimproverano il semplicismo degli slogan politici, gli snobismi da primo della classe e l’eccesso di levigata pulizia. A me sembra invece che i flussi d’energia che (si dice) scorrono sotto l’insediamento di Cassadaga gli abbiano fatto un gran bene. E che l’affascinante viaggio appena cominciato possa portarlo (e portarci) lontano.



(Alfredo Marziano)
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