«POCKET SYMPHONY - Air» la recensione di Rockol

Air - POCKET SYMPHONY - la recensione

Recensione del 03 apr 2007

La recensione

Nicolas Godin e Jean-Benoît Dunckel, i due Air, si sono spesi molto in promozione, ultimamente, e di questo loro nuovo lavoro si sapeva già tutto o quasi in anticipo. Per esempio che è stato profondamente influenzato dal loro recente innamoramento per il Giappone (ricordate la colonna sonora di “Lost in translation”?), il Paese in cui più che altrove al mondo si realizza una convivenza apparentemente armonica tra uomo e macchine, tecnologia e tradizione millenaria. Su questa dialettica, ben pilotati anche in questa occasione dal tocco magico di Nigel Godrich, hanno costruito la loro “Sinfonia tascabile” che evoca riferimenti colti, e si spera non troppo seriosi, nelle immagini di copertina (i due musicisti ritratti come “statue” classiche, il lettering che richiama quello della Deutsche Grammophon) e nelle musiche, con Satie, Debussy e Ravel a braccetto di Sylvian e Sakamoto, della famiglia Gainsbourg, di Lelouch e Godard, di Asimov e di Bradbury, dei manga e di Sophia Coppola, di Françoise Hardy e dei Pink Floyd. Eteree, sospese, liquide, sognanti, fluttuanti, notturne, ipnotiche (i riff circolari e a incastro di “Night shift”, costruita su due semplici, irresistibili loop di synth e piano elettrico Rhodes): aggettivi, tutti, che siamo abituati ad associare al duo parigino dai tempi del suo esordio, quasi dieci anni fa, col sorprendente e squillante “Moon safari”. Ecco, il problema resta semmai quella pietra di paragone ingombrante, quel loro pianeta (o satellite) d’origine: a cui Godin e Dunckel si riavvicinano orbitando senza rivoluzioni copernicane, senza scarti radicali, lasciandosi alle spalle il techno pop piacione di “Sexy boy” e “Kelly watch the stars” (i primi hit) per una musica più austera, essenziale, rigorosa, ancora più chic e minimale. Questa è la loro dimensione migliore, e quando hanno provato ad allargare l’orizzonte, in dischi come “10,000 hertz legend” e il più recente “Talkie walkie”, hanno rischiato di perdere la bussola. Tanto vale, allora, tenere la rotta anche a costo di passare per conservatori. Il che, per un gruppo trendy come loro, rischia di essere un paradosso: nonché il loro maggior limite attuale (oltre a quello di non riuscire a trasmettere sul palco lo stesso tipo di charme). Però…però sono bravi, poco da dire. Piace, di “Pocket symphony”, la scelta di armeggiare con drum machine e campionatori vecchio stampo, strumenti giocattolo e “giapponeserie” (il koto, lo shamisen: rispettivamente una sorta di cetra e di liuto del Sol Levante) affiancati a xilofoni, flauti, discrete sezioni d’archi, chitarre e pianoforti (i veri protagonisti strumentali del disco). I loro soundscapes, le loro architetture sonore catturano con armi di seduzione gentili: il sapore agrodolce e “new acoustic movement” di “Left bank”, i ritmi discreti e insinuanti (“Napalm love”), l’essenzialità schematica di “Mayfair song”, l’haiku di “Mer du Japon”, la colonna sonora immaginaria di “Lost message”, soprattutto l’incanto etereo di “Somewhere between waking and sleeping”, un titolo che è tutto un programma (“Da qualche parte tra la veglia e il sonno”) con la voce sonnambula di Neil Hannon sospesa tra le nuvole. Ben calato nel ruolo, il Divine Comedy, come il Jarvis Cocker estenuato e attonito di “One hell of a party”, che della presunta gioiosa baldoria di una festa conserva solo i postumi alcolici e malinconici, mentre alle altre parti vocali provvede col suo timbro quasi femminile JB facendo di necessità virtù: una delle debolezze intrinseche degli Air (soprattutto dal vivo) che però su disco diventa una sfumatura discreta, un colore tenue in più, in un affresco sonoro stilizzato dove prevale il color grigio metallizzato dei grattacieli di vetro e acciaio, la luce al neon, l’arredamento da loft metropolitano. Titolo azzeccato, “Pocket symphony”: questa è davvero musica tascabile, portatile, volatile. E leggera, nel senso letterale del termine. Non gli dai più di tanto peso, e finisce che ne resti intrappolato, schiacciando compulsivamente (miracolo!) il tasto repeat. A me è capitato. E pazienza se un’altra rivoluzione musicale annunciata (lo chiamavano “French touch”) è già finita, pure lei, in soffitta.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Space maker
03. One hell of a party
04. Napalm love
05. Mayfair song
06. Left bank
09. Lost message
11. Redhead girl
12. Night sight
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