«BRETT ANDERSON - Brett Anderson» la recensione di Rockol

Brett Anderson - BRETT ANDERSON - la recensione

Recensione del 30 mar 2007 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Negli anni Novanta è stato il leader di una delle band simbolo del brit-pop, raccogliendo un elevato numero di successi a aprendo la scena a formazioni come Oasis e Blur. Poi ha sciolto il suo gruppo e lui si è buttato in un diverso progetto dal diverso nome. Infine il suo primo, vero album solista. Di chi si sta parlando? Di Jarvis Cocker e dei Pulp? No, ma le loro storie sono davvero simili. Lui è Brett Anderson, ex leader dei Suede, co-fondatore dei Tears (con l’altra mente dei primi lavori dei Suede, Bernard Butler) e ora al primo album solista.
Fin dalla copertina (che ritrae Brett in primo piano apparentemente seduto su un divano) e dall’omonimo titolo, si intuisce che si è di fronte ad un disco intimo, personale, introspettivo. Insomma se l’artista inglese ha voluto, per la prima volta, pubblicare un disco a suo nome un motivo ci sarà.
“Brett Anderson” parla proprio di lui, delle sue riflessioni, dell’amore, della morte di suo padre: “In passato mi sono nascosto dietro a caratterizzazioni e vignette, in questo caso non l’ho fatto. Queste canzoni sono un commento a quello che provo realmente, dalla morte di mio padre, al mio odio per il consumismo, alla solitudine”. Sostanzialmente la formula scelta dall’ex Suede resta nei territori pop-rock già esplorati sia nell’ultimo lavoro a firma Suede (“A new morning”, 2002) che con i Tears (“Here comes the tears”, 2004), ma nel caso in questione diventa ancora più raffinata, più adulta.
Il singolo “Love is dead” rappresenta alla perfezione queste sonorità: melodia pop arricchita da arrangiamenti a base di violini e chitarra elettrica soft, un testo intimista (“Nothing ever goes right, nothing really flows in my life, nobody cares if this horror’s in my head”) e la suadente voce di Brett ad impacchettare il tutto. Un brano forse non sconvolgente, è vero, ma che si lascia ascoltare piacevolmente, così come il resto dell’album: si incontrano canzoni sulla falsariga del singolo come “One lazy morning”, “Infinite kiss”, “Ebony” e la splendida “Song for my father” (con violini ed inserti elettronici che si intersecano) ed episodi leggermente più rock come “Dust and rain”, ma la sostanza non cambia di molto.
Insomma, questo esordio solista di Brett Anderson non è forse un capolavoro, ma strappa indubbiamente la sufficienza, presentandosi come un buon disco pop, denso di riflessioni personali ed introspezione di un’artista degno di quel rispetto che ci si guadagna album dopo album. Proprio come Jarvis…

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