«REVELATIONS - Gene» la recensione di Rockol

Gene - REVELATIONS - la recensione

Recensione del 24 mar 1999

La recensione

Svanite in parte le influenze musicali che legavano i Gene agli Smiths di Morrissey e Johnny Marr, "Revelations" finisce per essere un disco di poprock nel senso più ampio, non privo di una certa enfasi caratteristica già delle precedenti prove del gruppo. La voce di Martin Rossiter sferza le parole ricordandoci quell’età d’oro del pop inglese in cui erano vocalist come Alison Moyet a farla da padroni, e le melodie suonavano incredibilmente simili a quelle presenti su questo album. Anche qui mondi soffusi e frastagliati si sposano con l’esigenza di sonicità che muove i nuovi muri di chitarre, sempre più ferrose sempre più in sottofondo, quasi come degli incensi accesi a dare profumo. Ma è proprio il patrimonio pop dei Gene a essere messo in evidenza in questo disco, che per il resto recupera invece armonie e frequenze assai varie. Sul fronte delle canzoni "Mayday" gioca con la rivoluzione, "Little child" con una paternità immaginata nella canzone, ma vissuta davvero (è stata scritta quando la moglie di Martin era incinta di 11 settimane ed esprime una sorta di messaggio di solidarietà al nascituro, quasi un ‘tieni duro’ che evidentemente ha funzionato, visto che adesso Martin è padre di una bambina di nome Evie), "The police will never find you" è una celebrazione del teppismo latente che abita l’inconscio di molti inglesi - specialmente delle rockstar... - mentre un’altra citazione merita "Something in the water", esilarante ritratto di una persona che non riesce ad avere rapporti sessuali e accusa il Comune di mettere qualcosa nell’acqua... Insomma, un album vario e centrato, forse privo di quei picchi di disperazione e malinconia che caratterizzavano "Drawn to the deep end" ma quasi altrettanto bello.
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