«IO NON SONO INNOCENTE - Luvi De André» la recensione di Rockol

Luvi De André - IO NON SONO INNOCENTE - la recensione

Recensione del 24 nov 2006 a cura di Paola Maraone

La recensione

Dopo anni passati a rimandare Luvi De André ha fatto, finalmente, un album. Il primo provino per “Io non sono innocente” risale a tre anni fa: un momento lontanissimo nel tempo, in un settore come quello della musica. E da quanto cantava sul palco con papà Fabrizio, nel tour di “Anime salve”, di anni ne sono passati dieci. Poi è successo qualcosa. Che cosa? molto probabilmente, che ha preso coraggio, e ha incontrato le persone giuste. Nella fattispecie Pietro Cantarelli, Claudio Fossati (produttori, arrangiatori e musicisti degli ultimi lavori di Ivano Fossati, che di Claudio è – evidentemente – il madre) e Fabrizio Barale (Yo Yo Mundi). Luvi non ha scritto le canzoni di questo disco, ma dice di sentirle molto sue, come se si stesse guardando allo specchio; chi ci ha lavorato sicuramente la conosce molto bene. E il disco? Il disco ospita molto rock e un po’ meno elettronica. E atmosfere sospese, che non sanno decidere se tirarti un pugno o farti una carezza; e contrasti tra sogni e paure, tra i desideri e l’impossibilità di realizzarli.
E’ fatta così, Luvi. Ha una grazia sottile e spontanea, talmente profonda che non la perderà mai. E’ una ragazza garbata, un animo gentile che per molto tempo non ha saputo che strada prendere (e provateci voi, a scegliere, con un padre come lui).
Ma alla fine ha scelto. Di fare un disco che in qualche modo ci ricorda suo padre, ma che assomiglia soprattutto a lei. “La figlia del dottore sa cantare,” dice De Gregori in “Piccola mela”. Ecco; anche Luvi sa cantare. Forse il canto è la sua unica, vera passione. E così ascoltando l’album si ha l’impressione che le canzoni che hanno scritto per lei le assomiglino, le siano in qualche modo cucite addosso. A partire dalla title-track, “Io non sono innocente”: una constatazione che non contiene alcun desiderio di assoluzione e che passa per un urlo liberatorio (“Sono un uomo che si nasconde”). Poi si descrivono l’innocenza perduta (“Il disegno”) e i momenti in cui si prende coscienza di sé (“Fiore femmina”). Senza tirarsi indietro quando è il caso di chiamare in causa Fabrizio, nei pezzi più intimi (“Al di là delle nuvole”, “Giocando in equilibrio”), e tirando fuori la voce e la grinta quando ce n’è bisogno (“Vivere così”). Questo di Luvi non è solo un disco, ma (davvero) anche un viaggio. O l’inizio di un viaggio: uno di quei lavori che, s’intuisce, sono solo il preludio di quello che potrebbe sucedere in futuro. Impegnativo e coraggioso: uscire nel mondo come ha scelto di fare lei non è facile, e non c’è troppo da stupirsi che la cosa le abbia richiesto tanto tempo. Se poi questo viaggio continuerà, è presto per dirlo. Ma vale la pena di restare in ascolto.

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