«SUBTITULO - Josh Rouse» la recensione di Rockol

Josh Rouse - SUBTITULO - la recensione

Recensione del 04 set 2006

La recensione

L’avevamo lasciato col cuore spezzato da un matrimonio finito male, in partenza da Nashville con un biglietto di sola andata per la Spagna. Ed è lì che puntualmente ritroviamo Josh Rouse, cantautore vagabondo del Nebraska intento a curarsi le ferite esistenziali col sale marino e il sole implacabile di Puerto de Santa Maria, due passi da Cadice, dove gran parte di questo disco è stato concepito e registrato: con tale sommessa, sussurrata discrezione da avere un “sottotitolo” invece che un titolo, copertina bianca come le case e le spiagge candide della cittadina andalusa, schizzi grafici minimali ed eleganti come le musiche che escono da quest’operina leggera e veloce, dieci canzoni per poco più di trentatré minuti modello vinile del tempo che fu.
Il clima spagnolo ha certamente molto a che fare con l’atteggiamento pigro e rilassato di Rouse: che indulge volentieri in intimistici arpeggi acustici da camera da letto (non a caso ha chiamato proprio così, “Bedroom Classics”, la sua etichetta), appena increspati da piccole onde di disco music e bossa nova, Chic e Astrud Gilberto, febbriciattole del sabato sera e ragazze abbronzate sul bagnasciuga. “Quiet town”, il pezzo iniziale che capita persino di ascoltare in qualche radio “adult oriented” italiana, detta subito il mood al disco intero: sonnacchioso, dolcemente ubriaco di sole e di romantici, nostalgici tramonti. E su un tappeto di fingerpicking acustico, fischiettii vocali e archi passeggeri, spiega per filo e per segno lo stato mentale del suo autore: “Ho vissuto in metropoli dove non esiste la solitudine/lì mi sono fatto degli amici che spero di non perdere mai/ma per il momento voglio restarmene in una città tranquilla”. L’America fa ancora parte del suo paesaggio emotivo, c’è Detroit nella storia di tradimento di “Jersey clowns” e c’è la baia di San Francisco sullo sfondo del funk brasilero di “His majesty rides”, e poi le estati si assomigliano un po’ dappertutto, fra tè freddi sorseggiati a bordo piscina, dischi di Prince, “sigarette, calze tubolari, scottature solari e lunghi capelli biondi”. Troppo languore, troppa sdolcinatezza? In effetti Rouse sembra aver alleggerito ancora il suo peso specifico, rispetto a quei due gioiellini di easy pop che furono i suoi due dischi precedenti,“1972” e “Nashville”. Sussurra e non grida mai, accarezza e non scuote, lascia miagolare la pedal steel di Pete Finney sullo strumentale “La Costa Blanca”, un po’ spaghetti western e un po’ il Gerry Rafferty di “Baker street”, intreccia con la voce esile di Paz Suay intimi dialoghi alla Prefab Sprout (“The man who…”), e con il produttore di fiducia Brad Jones, anche bassista e pianista, lascia essiccare i suoni ai raggi del sole fino a farli quasi evaporare. Ci sa sempre fare: il testo più elementare del disco, “Wonderful”, lo spinge a disegnare nuvole musicali imprendibili e intriganti, le cicatrici non sono rimarginate (“It looks like love”, “Givin’ it up”) ma non fanno più male. Josh s’è preso una vacanza, e nella calura estiva anche un pareo leggero come “Subtítulo” ci può stare. Poi, ai primi freddi, sarà il caso, noi e lui, di tornare a indossare qualcosa di più caldo e avvolgente.

(Alfredo Marziano)
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